Verga scrittore classico e contemporaneo

di Luigi Saitta

 “Verga innovatore / Innovative Verga” (Berlino, Berna, Oxford: Peter Lang Edition, 2017) a cura di Dagmar Reichardt e Lia Fava Guzzetta è un’opera che appare riduttivo definire pregevole, sotto ogni punto di vista.  È questo il grande merito di questo saggio che oltre ad una introduzione di Dagmar Reichardt, pubblica una serie di interventi da parte di una schiera di docenti internazionali che mettono a fuoco tutti gli aspetti dell’opera del grande scrittore siciliano, aspetti rivisitati ed approfonditi in chiave iconica, sinergica e transculturale.

Le visioni di Giovanni Verga, il respiro europeo del suo pensiero, la sensibilità della sua denuncia sociale, le numerose sinergie estetiche ne fanno un autore classico e contemporaneo al tempo stesso, con la potenza narrativa della sua scrittura verista. Verga ebbe una vita movimentata, sempre curioso, in ricerca dell’altro e incline al “nuovo” e alle innovazioni, trasformandosi in una sorta di migrante interno, dalla Sicilia alla Toscana, alla Lombardia, per tornare alla Sicilia. E in questo fu un innovatore, sganciandosi da una certa storia siciliana, figlia di valori profondamente tradizionali e da una certa segregazione culturale, per inserirsi al contrario in un mondo e in una realtà diversi, legati da un sincretismo multietnico che faceva parte integrante dell’altra storia siciliana, quella transculturale. E la Sicilia, in effetti, è stata una terra nella quale, nel corso di secoli, si sono integrate, respinte, civiltà diverse, culture differenti, in una specie di fantasmagorico caleidoscopio che ha visto linguaggi, miti, fedi religiose, usi, costumi, tradizioni rincorrersi, reinventarsi, combattersi, frantumarsi.

Perché sia Dagmar Reichardt che tutti gli autori degli interventi parlano di Verga autore moderno, attuale? Puntando sulle innovazioni transculturali dello scrittore, tra cui l’uso dell’ironia, la coscienza postcoloniale, l’iconicità, la fermentazione teatrale, cinematografica e musicale, i contributi di questa antologia invitano non soltanto a rileggere, riscoprire e reinterpretare il vasto ventaglio della produzione letteraria verghiana, ma anche a riconsiderarne la visibilità nel contesto culturale occidentale. Per questo – rileva Dagmar Reichardt che è certamente tra gli italianisti più arguti, originali e progressivi in Europa, nata e cresciuta a Roma da genitori tedeschi, attualmente attiva all’Accademia di cultura a Riga in Lettonia – l’opera di Giovanni Verga va sicuramente rivalutata nel quadro europeo, occidentale e transculturale, in una zona autonoma ma intersecata tra il Realismo e il Naturalismo, alla stessa stregua di autori emergenti dalle varie sottocorrenti eterogenee soprattutto nella letteratura inglese, russa, francese, tedesca, americana, ma anche portoghese, boema o latinoamericana.

Sono venti gli autori che hanno arricchito questo volume con i loro contributi, tutti italianisti affermati. Nella sua premessa, Lia Fava Guzzetta – ordinaria di Letteratura moderna alla LUMSA di Roma, esperta di Verga e dell’Otto e Novecento italiano – si sofferma sulla inesauribile riflessione verghiana riguardo la necessità di innovare il linguaggio e proporre una nuova visione dell’opera letteraria, con una ricerca capillare dei mezzi adatti alla costruzione di un romanzo veramente moderno.

Riccardo Scrivano ripercorre le tappe dell’apprendistato letterario di Verga, possibile grazie al sostegno iniziale dell’amico Luigi Capuana, alla crisi del 1874, fino alle novità nella scrittura e nello stile con le conseguenti avverse vicende che “I Malavoglia” (1881) incontrò tra i lettori. Franco Musarra evidenzia l’aspetto ironico nella prosa verghiana, tema trattato anche da Georges Güntert che analizza in particolare “Rosso Malpelo”. Per l’italianista di Lovanio Musarra Verga avrà i suoi continuatori in De Roberto e Pirandello, nei quali l’ironia diviene il deterrente costantemente attivo nei confronti di ogni forma di pensiero forte.

Norma Bouchard tratta del periodo colonialista con l’espansione dello stato liberale in Tripolitania e in Cirenaica, periodo nel quale si situa l’opera matura di Giovanni Verga.

Per Rawdha Zaouchi Razgallah è possibile rintracciare nell’opera verghiana varie situazioni che sono ancora d’attualità e tante similitudini con la realtà sociale ed economica della Tunisia.

Dario Tomasello intende invece offrire una prospettiva nuova del verismo italiano. Lo studioso siciliano, a proposito della novella di Verga “Guerra di santi” (1880) scopre che l’uso di un certo tono sembra anticipare il lavoro etnologico di Giuseppe Pitrè. Bernard Urbani volge la sua attenzione concretamente alle “Novelle rusticane” (1883) e in particolare a “Libertà”, nella quale l’idea di progresso è sempre associata a quella di distruzione, caos, fatalità. Angelo Pagliardini, con il tema della decadenza nobiliare nel “Mastro don Gesualdo” illustra invece come la rappresentazione di architetture monumentali sia uno dei parametri espressivi usati da Verga come fattori di analisi sociale.

Lia Fava Guzzetta affronta in un altro suo intervento uno dei temi più moderni dell’intera produzione letteraria verghiana, vale a dire l’occhio “nuovo” di Verga verso una scrittura filmica e multimediale. Con Nino Genovese, Anne Begenat-Neuschäfer, Gaetana Marrone il tema Verga-Cinema diviene il punto centrale dei loro interventi, mentre Sarah Zappulla Muscarà ripercorre puntualmente tutte le tappe del variegato e complesso itinerario teatrale e melodrammatico di Giovanni Verga. Si deve infine a Maria Luisi il saggio su Verga mediatore musicale, con lo scambio epistolare con Giulio Ricordi per promuovere l’opera del compositore catanese Giuseppe Perrotta.

Monica Jansen opera una sorta di paragone tra Giorgio Vasta, scrittore palermitano residente a Torino, autore de “Il tempo materiale”, romanzo ambientato a Palermo nel 1978, e Verga, che nel 1878 pubblicò la novella “Rosso Malpelo”. Per la studiosa olandese il legame tra ideologia e linguaggio è centrale sia per Vasta che per Verga. Remo Ceserani analizza in uno dei suoi ultimi testi composti prima di scomparire per sempre dalla scena accademica nel 2017, la novella “Tentazione”, scritta da Verga nel 1883 e raccolta in “Drammi intimi” nel 1884. Il saggio radiografa la novella sotto l’aspetto della strategia narrativa, dal punto di vista del narratore anonimo e dei personaggi e come studio dei meccanismi psicologici della complicità maschile (la novella tratta dello stupro e dell’assassinio di una giovane contadina da parte di tre operai milanesi).

Rita Verdirame si sofferma poi sul problema delle traduzioni dell’opera verghiana in alcune regioni europee, traduzioni che molte volte, anche nei titoli, hanno creato fraintendimenti e difficoltà interpretative, mentre Joseph Farrell traccia un profilo quanto mai interessante e suggestivo tra D.H. Lawrence e Giovanni Verga. I due – nota lo studioso scozzese – non si incontrarono mai, ma Lawrence era attratto dal linguaggio di Verga e riconosceva nello scrittore siciliano la capacità di trattare temi tragici in un idioma moderno. Melo Freni e Giuseppe Quatriglio, nell’appendice letterario si soffermano, il primo sulle influenze che la storia ebbe nella produzione verghiana, il secondo sul rifugio che la città di Catania offriva per lo scrittore siciliano di ritorno dai suoi viaggi.

Resta da fare infine un discorso a parte per le illustrazioni che le autrici hanno scelto per la sezione iniziale e quella finale del volume. Ritraggono rispettivamente un’antica stampa fotocromatica di Catania intorno al 1895 e una veduta di Vizzini riprodotta attraverso l’ottica realistica di una fotografia moderna. Infatti fino a oggi non sappiamo sicuramente se il Verga sia nato a Catania – come vuole la tradizione e come Reichardt e Fava Guzzetta illustrano in apertura del volume – oppure a Vizzini, dove la famiglia possedeva dei beni, paesino ritratto molto “veristicamente” alla fine. Nella prima di copertina, invece, un’immagine con autografo di Giovanni Verga, dagli enormi baffi, e da uno sguardo acuto, penetrante: vero, autentico, intellettuale siciliano.

Verga innovatore / Innovative Verga: L’opera caleidoscopica di Giovanni Verga in chiave iconica, sinergica e transculturale /
 The kaleidoscopic work of Giovanni Verga in iconic, synergetic and transcultural terms, antologia con 20 saggi in tre lingue curata e con una introduzione di Dagmar Reichardt e Lia Fava Guzzetta, con una prefazione di Rita Venturelli (Istituto Italiano di Cultura Amsterdam), vol. 1 della nuova collana Transcultural Studies – Interdisciplinary Literature and Humanities for Sustainable Societies (TSIL) a cura di Dagmar Reichardt, Rotraud von Kulessa e Costantino Maeder, Frankfurt a.M. et al.: Peter Lang, 2016, 382 pp., € 77,95.

 

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Luigi Saitta è un noto giornalista italiano che ha diretto per 13 anni la rubrica TG1 Libridella RAI in funzione di redattore capo centrale. Laureato in Lettere moderne all’Università di Roma, dove è stato Assistente di Antropologia culturale e Civiltà indigene d’America presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, è stato anche redattore dell’Osservatore Romanoe del quotidiano Il Tempo.

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Moda Made in Italy – Recensione di Luigi Saitta

Un libro degno di rilievo, quello curato da Dagmar Reichardt e da Carmela D’Angelo, Franco Cesati Editore. Moda made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano costituisce una vera e propria novità editoriale, affrontando, con dovizia di note e di citazioni, il tema del made in Italy, riguardante il mondo della moda, con un approccio interculturale, con una prospettiva inedita, toccando diversi settori, dalla storia alla letteratura, dal cinema alle arti figurative, dalla semiotica ai new media.

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La moda – nota nell’introduzione al volume Dagmar Reichardt – è a buon diritto considerata parte integrante del Bel Paese, almeno quanto l’alimentazione e l’industria motoristica, per citare solo alcuni dei suoi pilastri simbolo, a tutti i livelli: sociale, culturale, storico, economico o, per riassumerli in un unico termine, antropologico. Evidentemente la moda – prosegue la studiosa – è particolarmente incline a diventare oggetto di plagio, specie da quando negli anni sessanta il lusso venne democratizzato e da quando, negli anni settanta stilisti come Pierre Cardin hanno prodotto accessori per le masse (come le penne a sfera, gli orologi, ecc.). Ma la moda italiana – questo il punto centrale dell’analisi della studiosa tedesca – è un “habitus” fondamentalmente e genuinamente europeo. Infatti manifesta l’essere e il sentirsi europei cavalcando i limiti, incontrando ed esplorando vari modelli culturali, folcloristici e antropologici dal punto di vista estetico e stilistico, e muovendosi parallelamente sulla scia di una lunga e antica tradizione del costume. Non basta. Attraverso i secoli la moda in Italia ha saputo confrontarsi e misurarsi dapprima con l’artigianato nelle città comunali, poi con il mondo della corte, dei sarti, del lusso e con il suo stesso “disciplinamento”, come ha scritto la storica bolognese Maria Giuseppina Muzzarelli.

Ma c’è di più. La Reichardt rileva ancora come la moda rappresenti a tutt’oggi un linguaggio costitutivo della storia, della storia dell’arte, della letteratura e del cinema italiani (quanto mai interessanti le analisi e le riflessioni che la studiosa fa a proposito del film Il Gattopardo di Luchino Visconti). Per concludere la sua introduzione evidenziando come, a tutt’oggi, la questione della moda italiana non sia stata ancora completamente aperta o approfondita, in maniera organica e sistematica, anche a livello accademico.

I saggi che completano il volume sono tutti di grande completezza (e attualità). Si va ad esempio dal linguaggio della moda (con riferimento esplicito agli anni ottanta), alla moda italiana vista dall’Est, dallo studio delle caratteristiche del costume medioevale in prospettiva interculturale, al lessico della moda, con un’analisi degli anglicismi presenti nelle riviste femminili.

Il volume si arricchisce inoltre di un’intervista a Dacia Maraini che, rispondendo ad una specifica domanda rileva come la “moda sia la spuma dell’onda. Può sembrare superficiale ed effimera, ma riflette le profonde correnti che viaggiano sotto l’acqua”. Insistendo sull’effetto liberatorio, democratico ed estetico-teatrale della moda, la Maraini non solo associa alla femminilità l’idea di freschezza, unita ad una visione attiva e nel contempo serena e aperta, ma ci dimostra anche come la moda riesca a creare veri e propri mondi, evocando nuove, eccitanti dimensioni dell’altro, come per esempio nell’opera di Proust o di Flaubert. In questo modo la scrittrice italiana lancia, come messaggio critico, l’invito a non seguire ciecamente tutte le mode consumistiche, ma a vivere le libertà che i nostri tempi ci offrono.

E rispondendo, infine, alla domanda se la moda sia da considerarsi un fenomeno maschile o piuttosto un fenomeno femminile, davvero illuminanti ci sembrano le parole della Maraini. “Direi che la moda si indirizza più alle donne che agli uomini, perché parte dal presupposto che le donne siano più mascherabili. Le donne, storicamente – prosegue la scrittrice – sono state costrette a parlare col corpo anziché con le parole. Il linguaggio del pensiero era loro interdetto e quindi dovevano usare il corpo per esprimersi. Ma soprattutto per sedurre, secondo la divisione dei compiti: sedurre, accoppiarsi, figliare, sparire. E dico sparire non a caso. La moda si rivolge solo ai corpi giovani. Non esiste una moda per il corpo che invecchia, che pure è una realtà sempre più diffusa”.

E sul tema moda, riferito al ruolo maschile e femminile, e sulla realtà di un universo-anziani che oggi sembra essere sempre più predominante, non poteva esserci analisi migliore.

Luigi Saitta

Moda Made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano, a cura e con un’introduzione di Dagmar Reichardt e Carmela D’Angelo, con un’intervista a Dacia Maraini, Firenze: Franco Cesati Editore, (Civiltà italiana. Terza serie, no. 10), 2016, 230 pp.

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Convegno internazionale: “La scrittura fantastica in Bonaviri” – Università di Debrecen

L’Università di Debrecen è lieta di invitare tutti, curiosi ed interessati, ad assistere al Convegno Internazionale “La scrittura fantastica in Bonaviri” che si terrà nei giorni 9 – 10 marzo 2017 presso l’Edificio principale, Piazza Egyetem 1,  aula 58. La direzione scientifica curata dal Prof. István Puskás e il Prof. Franco Zangrilli assicurerà la presenza di studiosi e accademici di primo piano provenienti da Italia, Ungheria, Stati Uniti, Germania e Spagna.


Convegno Internazionale
9 – 10 marzo 2017
Università di Debrecen
Ungheria
a cura di István Puskás e Franco Zangrilli

Programma

9 marzo 2017

15:30
Inaugurazione del convengo, indirizzi di saluto

***

1. sezione

16:00 – 17:30

Roberto Salsano (Italia)
Segni e voci ne “Il sarto della stradalunga”

István Puskás (Ungheria)
Fantasia mitica ne “Il fiume di pietra”

Eny di Iorio (USA)
Il fantastico de “La divina foresta”

Dóra Bodrogai (Ungheria)
Nota sulla metamorfosi deLa divina foresta”

***

10 marzo 2017

2. sezione
9:00 – 10:30

Biagio Coco (Italia)
“La Beffaria”, ricomposizione del narrare

Domenica Elisa Cicala (Germania)
“L’Autobiografia in do minore”, la reinvenzione di sé

Salvatore Presti (Italia)
L’enorme tempo. Strategie del fantastico in Bonaviri

***

3. sezione
11:00 – 12:30

Loredana Audibert (Italia)
Martedina” di Bonaviri

Paolino Nappi (Spagna)
La lingua del fantastico in “Dolcissimo”

Juan Pérez Andrés (Spagna)
Realismo magico in Bonaviri e Márquez

***

4. sezione
14:00 – 15:30

Carmelo Giummo (Italia)
Bonaviri poeta, dal vicolo blu all’asprura

Dagmar Reichardt (Germania)
Bonaviri e “Verga sulla luna”

Franco Zangrilli (USA)
Bonaviri e un Gesù neofantastico

 

Una stanza per Magda Szabó

irogepIl prossimo passo per farvi conoscere la nostra Debrecen è una passeggiata letteraria. Abbiamo avuto la possibilità di visitare la stanza commemorativa dedicata a Magda Szabó, nellˈambito di una lezione universitaria. In questo articolo vi è tutto quello che abbiamo ascoltato su una delle autrici più importanti della letteratura ungherese.

Lˈunico luogo commemorativo aperto al pubblico e dedicato a Magda Szabó (1917-2007), scrittrice ungherese e vincitrice del Premio Kossuth, si trova a Debrecen nel Liceo Dóczy del Collegio Protestante di Debrecen. Si trova qui, perché Magda Szabó da bambina ha frequentato l’allora Istituto femminile Dóczy per 12 anni. E anche perché, dopo la laurea, ha insegnato in questo Istituto per due anni.

In omaggio alla sua alunna più famosa, il 5 Ottobre 2008 la scuola ha aperto al pubblico la stanza commemorativa che ospita l’eredità della scrittrice. Géza Tasi, figlioccio ed erede, ha collocato nel Liceo Dóczy quasi tutta lˈeredità materiale della scrittrice; il 5 Ottobre 2017 verrà inaugurato uno spazio più grande con una mostra permanente in ricordo di Magda Szabó. Fino a quel momento resterà aperto a tutti i visitatori interessati questo piccolo studio, boudoir.

«Gli oggetti esposti sono sistemati in unità tematiche», dice Istvánné Tankó, la vicedirettrice del Dóczy, mostrandoci la stanza. La prima parte ci mostra i ricordi del periodo in cui Magda Szabó frequentava lˈIstituto Dóczy: si può anche vedere la bacheca-ricordo della scrittrice preparata alla fine del Liceo, con tutta la classe e i suoi professori. Questi ultimi hanno avuto un ruolo importante nella sua scrittura. È stato il maestro Szondy ad iniziare Magda Szabó al percorso della scrittura, insegnandole che il mestiere della scrittrice comincia con la lettura e continua con lˈosservazione del mondo circostante.

La parte successiva della mostra è legata alle reliquie familiari: per esempio troviamo la Bibbia di suo padre Elek Szabó, i pentagrammati di sua madre, Lenke Jablonczay. Quest’ultima sarebbe potuta facilmente diventare una pianista di grande talento, se solo sua madre, la mercante Maria Rick, non avesse risparmiato sulla sua educazione musicale.

Passiamo ora alla scrivania, che è sistemata proprio così, come era nella casa della scrittrice in via Júlia: accanto alla macchina da scrivere si trova una foto in cui possiamo vedere Magda Szabó con il suo amato marito, Tibor Szobotka. La Bibbia, che era molto importante per lei, era la sua lettura costante.

img_20161020_124329Gli scaffali della libreria, come per la scrivania, riflettono una sistemazione realistica; tra i libri infatti troviamo gli oggetti e le foto cari alla scrittrice. La statuetta di Don Quijote, per esempio, le venne regalata da suo marito a Natale.

Si trova anche una specchiera nella stanza. In questa specchiera ci sono strumenti per preparare unˈacconciatura perfetta, cˈè la sua parrucca, il suo profumo preferito e tanti dei suoi gioielli. Per la scrittrice è sempre stato molto importante la cura del suo aspetto.

IMG_20161020_131258.jpgEssendo stata una delle autrici più note e riconosciute nel campo letterario in Ungheria, ha ricevuto diversi premi nella sua vita. Per esempio, le è stata conferita la Croce della Repubblica Ungherese e il Diploma di Dottoressa onoraria allˈAccademia Teologica Protestante di Debrecen. Il premio più prestigioso è stato quello donatole dal vescovo Gusztáv Bölcskei in occasione del suo 85esimo compleanno: la copia della maniglia della porta della Grande Chiesa.

Judit Tankó 

Parlare degli anni di Piombo a Debrecen

Zsiga LakoNei giorni 21 e 22 Ottobre, all’interno della suggestiva sala convegni di Víztorony, si è tenuta una bellissima conferenza sugli Anni di Piombo in Italia, promossa dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Debrecen e animata dalle brillanti relazioni di professori universitari, accademici, giornalisti. Un valido contributo alla riuscita dell’evento è stato fornito, inoltre, dal pubblico presente in sala, vivace e attento, composto principalmente da studenti universitari, ma anche da italiani che vivono a Debrecen e semplici curiosi. Aspettando che vengano prodotti gli atti del convegno, ai quali ci piacerebbe dare ampio spazio su questo sito, noi di Debrecen chiama Italia abbiamo riportato alcune impressioni per rievocare la piacevole atmosfera creatasi nell’ambito di un convengo organizzato da una piccola e attenta comunità, sempre aperta e interessata alle problematiche culturali, politiche e civili del Bel Paese. Le riflessioni elaborate in tale contesto verranno sicuramente riprese in altri momenti, confidando nella loro validità, nella possibilità che esse generino nuovi ed appassionanti dibattiti e che non restino solo tra le mura universitarie, ma che vivano e camminino.

Abbiamo provato a mettere in piedi un evento al di fuori dagli schemi, nel senso che con la scelta del luogo e con la presenza degli studenti – nonché con la scelta del tema – volevamo allargare il dibattito, senza ridurlo al solito discorso scientifico, muovendo verso l’interattività, la discussione, il confronto diretto ed immediato di temi, orizzonti, punti di vista. Abbiamo raggiunto un risultato importante con la presenza di due studiosi di caratura internazionale della letteratura italiana del Novecento, il Prof. Franco Zangrilli e la Prof.ssa Dagmar Reichart.
István Puskás, Docente presso l’Università di Debrecen.

Un sentito ringraziamento al Prof. Puskás per l’idea e l’organizzazione; mi ha colpito l’attenzione costante dei nostri studenti (soprattutto quelli del primo anno), i veri dibattiti sviluppatisi dopo le relazioni (grazie agli ospiti/relatori arrivati da varie realtà che hanno contribuito con diversi punti di vista) e, infine, la presenza della “comunità italiana” di Debrecen.
László Pete, Docente presso l’Università di Debrecen e Responsabile del Dipartimento di Italianistica.

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Per me è un grande piacere vedere che le nostre conferenze attirano sempre più persone, non solo accademici, ma anche altre persone interessate alla cultura italiana. Inoltre mi fa piacere vedere che ci sono sempre più italiani nella nostra città, che per qualche motivo scelgono di cominciare una nuova vita qua, di come apprezzano la nostra realtà e cercano possibilità per integrarsi, mantenendo allo stesso tempo la loro cultura. Penso che, anche per gli italiani, queste conferenze siano delle belle occasioni per ritrovarsi, dei punti d’incontro, e spero che anche loro siano felici di vedere il nostro sentimento di amore verso la cultura italiana e di quanto apprezziamo la loro presenza qui in Ungheria, a Debrecen.
Zsigmond Lakó, Dottore presso l’Università di Debrecen. 

La conferenza mi è piaciuta perché trattava un argomento molto interessante, importante e ancora attuale. Ascoltando i professori e gli studiosi mi è venuta la voglia di leggere alcuni libri e vedere tantissimi film su questo tema. Purtroppo non ero abbastanza preparata, non sapevo tante cose sugli anni di piombo e non sono riuscita a capire ogni parte della conferenza. Mi è piaciuto però che tanti professori sono venuti da città diverse, anche molto lontane.
Liliána Pósán, studentessa.

Sciacovelli

Per me tornare a Debrecen é sempre una grande emozione, é la prima cittá universitaria ungherese in cui ho studiato, nel lontano 1988, ed ogni volta che visito le aule, i corridoi, gli edifici del campus e tutto quanto sta intorno all’universitá, mi sembra di tornare a quegli anni di grande entusiasmo… il convegno continua la lunga serie dei convegni organizzati dai colleghi di Debrecen, questa volta con una impostazione contemporaneista che ha conquistato relatori “inusuali”, dandoci la possibilitá di riflettere su un periodo che sembra stia pian piano entrando nella storia, non é un caso che il protagonista “in calce” fosse Pasolini, intellettuale molto amato e ammirato anche in Ungheria, le cui opere si stanno pubblicando in versione ungherese proprio in questi ultimi anni.
Antonio Sciacovelli, Docente presso la West Hungary University.

La conferenza mi è piaciuta perché ho avuto la possibilità di conoscere gli anni di piombo, questo periodo violento d’Italia, ma sopratutto le opere e l’importanza di Pier Paolo Pasolini nella cultura italiana.
Zsolt Kosina, studente.

Secondo la mia opinione il convegno è stato utile per noi studenti. Abbiamo potuto incontrare professori molto prestigiosi venuti non solo da altre città ungheresi, ma anche da altri Paesi, ed ascoltare le loro presentazioni. Per me era affascinante notare quanto fosse profonda la loro conoscenza nei vari argomenti e di come potevano discutere qualsiasi tema non solo in italiano, ma anche in inglese. Siamo molto riconoscenti a loro per averci regalato un pezzo della loro conoscenza.
Réka Gruz, studentessa.

Prendendo parte a questo convegno come studentessa di italianistica posso dire che ha arricchito i miei studi. Durante questi due giorni abbiamo imparato tante cose nuove e abbiamo sentito parlare di nomi molto noti come Aldo Moro e Leonardo Sciascia. Abbiamo potuto conoscere meglio l’Italia d’oggi. Ma mi ha impressionato molto di più quello che hanno fatto tutti questi ricercatori e professori che sono venuti a Debrecen, perché non si stancano mai conoscere ed approfondire sempre di più gli anni di piombo. Mi hanno dato un tesoro importantissimo: la voglia di sapere!
Enikő Tóth, studentessa.

Gli Anni di Piombo a Debrecen!

anni di piombo2

Mercoledì 21 e Giovedì 22 Ottobre,
Nagyerdei Víztorony
dalle ore 10:00

Il Dipartimento di italianistica dell’Università di Debrecen è lieta di presentarvi il racconto di uno dei periodi più sanguinosi della storia che l’Italia recente abbia mai vissuto. Attraverso la voce di docenti universitari, ricercatori, professori e giornalisti prederanno forma le figure di alcuni dei grandi protagonisti di una stagione politico-letteraria indimenticabile come Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro e Leonardo Sciascia. Sullo sfondo la violenza e la brutalità dei crimini commessi dal potere e dal terrorismo che in Italia mostrarono un volto tanto agguerrito quanto spietato.

Scarica il programma in pdf