Moda Made in Italy – Recensione di Luigi Saitta

Un libro degno di rilievo, quello curato da Dagmar Reichardt e da Carmela D’Angelo, Franco Cesati Editore. Moda made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano costituisce una vera e propria novità editoriale, affrontando, con dovizia di note e di citazioni, il tema del made in Italy, riguardante il mondo della moda, con un approccio interculturale, con una prospettiva inedita, toccando diversi settori, dalla storia alla letteratura, dal cinema alle arti figurative, dalla semiotica ai new media.

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La moda – nota nell’introduzione al volume Dagmar Reichardt – è a buon diritto considerata parte integrante del Bel Paese, almeno quanto l’alimentazione e l’industria motoristica, per citare solo alcuni dei suoi pilastri simbolo, a tutti i livelli: sociale, culturale, storico, economico o, per riassumerli in un unico termine, antropologico. Evidentemente la moda – prosegue la studiosa – è particolarmente incline a diventare oggetto di plagio, specie da quando negli anni sessanta il lusso venne democratizzato e da quando, negli anni settanta stilisti come Pierre Cardin hanno prodotto accessori per le masse (come le penne a sfera, gli orologi, ecc.). Ma la moda italiana – questo il punto centrale dell’analisi della studiosa tedesca – è un “habitus” fondamentalmente e genuinamente europeo. Infatti manifesta l’essere e il sentirsi europei cavalcando i limiti, incontrando ed esplorando vari modelli culturali, folcloristici e antropologici dal punto di vista estetico e stilistico, e muovendosi parallelamente sulla scia di una lunga e antica tradizione del costume. Non basta. Attraverso i secoli la moda in Italia ha saputo confrontarsi e misurarsi dapprima con l’artigianato nelle città comunali, poi con il mondo della corte, dei sarti, del lusso e con il suo stesso “disciplinamento”, come ha scritto la storica bolognese Maria Giuseppina Muzzarelli.

Ma c’è di più. La Reichardt rileva ancora come la moda rappresenti a tutt’oggi un linguaggio costitutivo della storia, della storia dell’arte, della letteratura e del cinema italiani (quanto mai interessanti le analisi e le riflessioni che la studiosa fa a proposito del film Il Gattopardo di Luchino Visconti). Per concludere la sua introduzione evidenziando come, a tutt’oggi, la questione della moda italiana non sia stata ancora completamente aperta o approfondita, in maniera organica e sistematica, anche a livello accademico.

I saggi che completano il volume sono tutti di grande completezza (e attualità). Si va ad esempio dal linguaggio della moda (con riferimento esplicito agli anni ottanta), alla moda italiana vista dall’Est, dallo studio delle caratteristiche del costume medioevale in prospettiva interculturale, al lessico della moda, con un’analisi degli anglicismi presenti nelle riviste femminili.

Il volume si arricchisce inoltre di un’intervista a Dacia Maraini che, rispondendo ad una specifica domanda rileva come la “moda sia la spuma dell’onda. Può sembrare superficiale ed effimera, ma riflette le profonde correnti che viaggiano sotto l’acqua”. Insistendo sull’effetto liberatorio, democratico ed estetico-teatrale della moda, la Maraini non solo associa alla femminilità l’idea di freschezza, unita ad una visione attiva e nel contempo serena e aperta, ma ci dimostra anche come la moda riesca a creare veri e propri mondi, evocando nuove, eccitanti dimensioni dell’altro, come per esempio nell’opera di Proust o di Flaubert. In questo modo la scrittrice italiana lancia, come messaggio critico, l’invito a non seguire ciecamente tutte le mode consumistiche, ma a vivere le libertà che i nostri tempi ci offrono.

E rispondendo, infine, alla domanda se la moda sia da considerarsi un fenomeno maschile o piuttosto un fenomeno femminile, davvero illuminanti ci sembrano le parole della Maraini. “Direi che la moda si indirizza più alle donne che agli uomini, perché parte dal presupposto che le donne siano più mascherabili. Le donne, storicamente – prosegue la scrittrice – sono state costrette a parlare col corpo anziché con le parole. Il linguaggio del pensiero era loro interdetto e quindi dovevano usare il corpo per esprimersi. Ma soprattutto per sedurre, secondo la divisione dei compiti: sedurre, accoppiarsi, figliare, sparire. E dico sparire non a caso. La moda si rivolge solo ai corpi giovani. Non esiste una moda per il corpo che invecchia, che pure è una realtà sempre più diffusa”.

E sul tema moda, riferito al ruolo maschile e femminile, e sulla realtà di un universo-anziani che oggi sembra essere sempre più predominante, non poteva esserci analisi migliore.

Luigi Saitta

Moda Made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano, a cura e con un’introduzione di Dagmar Reichardt e Carmela D’Angelo, con un’intervista a Dacia Maraini, Firenze: Franco Cesati Editore, (Civiltà italiana. Terza serie, no. 10), 2016, 230 pp.

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Il Petrolio di Pier Paolo Pasolini: conversazioni con István Puskás

Pasolini Olaj.jogPier Paolo Pasolini rappresenta una figura cardine del Novecento italiano, un credito conquistato grazie alla sua incredibile e fervida attività intellettuale che ha spaziato in vari campi dell’arte e non solo: come dimenticare il suo contributo alla poesia, alla critica letteraria, alla letteratura, alla politica, al teatro e al cinema? Considerando il suo indiscusso prestigio internazionale affermatosi anche per alcuni tragici eventi di cronaca che hanno accompagnato la sua esistenza (in ultimo quello del suo brutale assassinio), abbiamo avuto il piacere di intrattenere una breve chiacchierata con István Puskás, docente presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Debrecen, su questo gigante della cultura italiana e della percezione dell’opera pasoliniana in Ungheria. Il Prof. Puskás, inoltre, ha di recente tradotto la prima edizione ungherese di uno dei romanzi più dibattuti e controversi di Pasolini, Petrolio (Olaj in ungherese), e rappresenta uno tra i suoi conoscitori più profondi nel mondo accademico ungherese. Quale occasione migliore per aggiungere elementi di riflessione ad alcune tematiche spesso toccate in Italia che meritano un dibattito di respiro internazionale più ampio?

Pier Paolo Pasolini è certamente una delle figure più importanti del Novecento italiano. Le sue opere, così come la sua storia, ancora oggi destano un certo interesse per un’ampia fascia di lettori sia per i contenuti emersi da una florida attività culturale che per la tragica scomparsa sulla quale si addensano numerose ombre. Qual è stata la percezione in Ungheria del suo lavoro intellettuale e della sua vita dagli inizi della sua attività fino ad oggi?

Pasolini in Ungheria era noto prima di tutto come regista e i suoi film costituivano un punto di riferimento importante per gli intellettuali magiari degli anni settanta-ottanta in quanto rendevano in qualche maniera un certo senso di libertà. In generale ogni film arrivato dall’altra parte della cortina di ferro offriva questa sensazione, lo spirito di una libertà intellettuale tipica del periodo che veniva percepito in Ungheria naturalmente anche attraverso i film di Pasolini. Egli rappresentava un esempio chiaro di come si modificavano i prodotti culturali penetrando in un nuovo contesto. Pasolini, critico fermo dei movimenti del ’68 in Ungheria, veniva visto come parte di quella rivoluzione culturale. Prima di tutto la sua Trilogia della vita, proiettata pubblicamente nelle sale cinematografiche con la rappresentazione aperta del corpo e della sessualità, in Ungheria veniva concepita come l’avvento di tale rivoluzione e riusciva ad attirare l’attenzione di un numero relativamente considerevole di spettatori interessati alla cosiddetta rivoluzione sessuale. Altri suoi film – a partire dai primi lavori fino a Teorema – invece erano percepiti come la conferma della tesi secondo la quale il capitalismo fosse corrotto e decadente.
Oltre l’opera cinematografica, invece, la sua attività letteraria è rimasta quasi del tutto ignorata, sconosciuta fino agli ultimi anni. È strano perché dalle librerie ungheresi non mancavano i libri degli autori italiani contemporanei. Questa anomalia potrebbe spiegarsi nell’estrema difficoltà della traduzione dei testi pasoliniani. Per le generazioni nate dagli anni ottanta in poi resta invece del tutto ignoto anche questo capitolo della storia del cinema (non solo Pasolini, ma tutto il cinema dell’epoca). Soltanto dieci anni fa la nota e prestigiosa casa editrice Kalligram ha deciso di avviare una collana per colmare questa assenza pensando di basarsi sul mito del regista. Dopo aver pubblicato sei volumi dobbiamo ammettere che il tentativo risulta, se non del tutto fallito, poco fruttuoso. Nonostante l’attualità incredibile dei suoi pensieri, delle sue analisi sul neocapitalismo, quasi nessuno trova rilevante l’opera di Pier Paolo Pasolini in Ungheria. Non mancano le ragioni, certo, possiamo e dobbiamo provare a dare una spiegazione, ma ciò non giustifica un risultato che alla fine rimane deludente.

Per quale ragione tra tutte le opere di Pasolini ha voluto tradurre Petrolio? Qual è la sua attualità e quale riscontro si spera possa avere tra i lettori ungheresi?

Da traduttore è una sfida difficilissima rendere in un’altra lingua e in un  contesto storico-culturale differente questo testo meraviglioso e terrificante di Pasolini, sebbene, come ho già accennato, Petrolio sia estremamente attuale. Pasolini quaranta’anni fa aveva capito benissimo i meccanismi della societá del consumo e del mondo in cui viviamo. Da critico letterario lo trovo molto importante perché proprio parallelmente con la filosofia e la critica francese ed anglosassone ha avuto delle intuizioni brillanti su questioni quali il corpo, il potere, il desiderio, tutto ciò che la scienze cataloga al giorno d’oggi sotto l’etichetta di cultural turn. Non vorrei mistificare né assolutizzare l’universo pasoliniano, ma dobbiamo dire che pur non essendo in contatto con certi ambienti intellettuali dell’Occidente, ispirandosi alle stesse fonti, maestri come Gramsci, Freud, Sartre, Fanon, Pasolini raggiunse risultati simili ai maggiori pensatori del secondo Novecento (Foucault, Dubord, Deleuze, Guattari, Said, Buttler e altri). Petrolio intendeva essere la grande sintesi di tutte le sue esperienze fatte sul mondo, ma questa è una definizione riduttiva: abbiamo a che fare con un testo meraviglioso, un’espressione linguistica e poetica magnifica, pagine che hanno scalato la vetta della narrativa italiana e forse mondiale dell’epoca.
In merito al riscontro non nutro grandi illusioni, del resto la scarsa ricezione è una conferma dei pensieri critici di Pasolini. Ma dobbiamo anche dire che si tratta di un testo estremamente difficile, sebbene si registri un progressivo allontanamento della classe intellettuale ungherese che oggi sembra quasi del tutto scomparsa.

In Petrolio, così come in tante opere di Pasolini, emerge il tema dell’uomo e del suo rapporto con il potere: crede che le forme di propaganda e il cinismo del potere abbiano subito un’evoluzione oppure la lezione di Pasolini resta ancora la più lucida sul campo?

Penso che ciò che insegna Pasolini sul rapporto tra il potere e l’uomo, ovvero il cittadino dello stato moderno nell’era del neocapitalismo, del consumismo in sostanza, sia ancora valido: viviamo nello stesso sistema che delinea Pasolini quarant’anni fa, nella società mediatica (la società dello spettacolo come la definisce Dubord), culturalmente omologata ma nello stesso tempo priva di punti di riferimento, di estrema complessità, un labirinto intricato che contiene sostanze inafferrabili. Ciò che in me rafforza questa opinione è proprio la letteratura italiana contemporanea che dichiaratamente si ispira ai pensieri di Pasolini, penso ad autori come Vasta, Genna, i Wu Ming.

Un’altra tematica cara a Pasolini è la sessualità del potere. Nel romanzo entrambi i Carlo intrattengono una serie di rapporti sessuali e omosessuali (addirittura uno dei due si tramuta in una donna): perché il potere è così ossessionato dal sesso? Per quale ragione esso tende ad abusarne e poi reprimerlo?

Per capire meglio Pasolini possiamo fare leva a un suo grande coetaneo francese, Foucault, che studia e spiega acutamente la nascita e i meccanismi del potere dello stato moderno occidentale. In breve uno degli elmenti base di questo sistema è il controllo totale sul corpo umano, compreso anche la sessualità. Foucault e altri come Deleuze, Guattari, ma anche i femministi, sostengono che ci sia un legame fortissimo tra i meccanismi del potere e il sesso. Il punto comune in sostanza è il desiderio (qui arriviamo alle radici psichiche dell’esistenza umana, cioè all’esperienze della psicoanalisi da Freud a Lacan). Penso che Pasolini arrivi proprio a questo punto: visto che per lui il desiderio costituisce un elemento fondamentale dell’esistenza umana ed essendo da sempre molto impegnato nelle vicende della politica non era difficile collegare questi due fili. In sostanza: il rapporto sessuale è sempre un gioco di potere e nel potere c’è sempre il desiderio, il desiderio di impadronirsi dell’altro. Si tratta di due campi dello stesso gioco che costituisce l’esistenza umana, l’eterna ed impossibile voglia di superare la distanza tra l’individuo e l’altro e parallelamente costituire un se stesso attraverso il rapporto, essere ciò che si riflette nell’occhio dell’altro.

Sempre a proposito della sessualità, in Petrolio emerge anche una singolare posizione del potere nei riguardi del sesso: esso è una forza femminina che si concede passivamente, pertanto la parte che durante l’amplesso trae maggiore soddisfazione. Il potere in questo gioco sessuale accetta le regole implicitamente dettate dalla sua controparte, in altre parole si lascia sessualmente sottomettere. Non crede che sia un’immagine contraddittoria nel pensiero di Pasolini?

No, non credo. A mio avviso Pasolini in questa dinamica riesce e trovare un altro elemento che ho provato a riassumere prima, la continua instabilità del gioco e suoi dei ruoli. Filosofi e critici contemporanei come Homi Bhabha e Judit Buttler ci insegnano che essi sono sempre costruzioni e come tali non sono altro che tentativi continui di creare stabilità nell’ambito di un’esistenza che n’è assolutamente priva. Insomma chi sta sopra e chi sta sotto, chi domina chi viene sottomesso, nulla è mai del tutto prederminato, anzi gli sforzi di stabilire ruoli (anche gender) servono a velare il volto vero dell’esistenza. Ma il velo si strappa prima o poi. Per questo penso che uno dei massimi capitoli della letteratura novecentesca sia in Petrolio l’episodio di Carmelo.

Come relazionarsi a Petrolio in quanto opera incompiuta? Cosa lascia al mondo questo testamento “obbligato” di Pier Paolo Pasolini?

C’è sempre la tentazione di porre la domanda come sarebbe un Petrolio compiuto. Io penso che proprio questo suo stato frammentario riesca ad essere qualcosa di emblematico della nostra epoca in cui pare che non esistino delle strutture fisse, complete, solide, che esista solo una complessità inafferrabile di cose. Ecco l’esperienza ci aiuta a capire perché l’uomo soffre e fatica tanto a creare punti e linee, tracciare limiti fissi attorno a se stesso e al mondo che lo circonda.

Federico Preziosi

Éljen Kolumbusz!

1492.október 12-e van , amikor a genovai utazó felfedezi az “Új Világot” (véletlenül, mind ismerjük a történetet). Nem Indiát találta meg Kolumbusz, de – szerencsénkre – Amerikát, ami amúgy is egy nagyon gazdag termőföld és amiről a felfedezést követő szállítmányokból a mi régi kontinensünkre is érkeznek különböző fajta gyümölcsök és zöldségek. Melyek a legismertebbek? Európa számára fontos zöldségek: bab, kukorica, krumpli, tök, paprika és paradicsom. Ráadásul még jött hozzá az ananász, a kakaó, kaktusz füge és a mogyoró.

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Ezt a paradicsomot meg lehet enni?

Európában mégis évek teltek el, míg végre megértették ezeknek a felfedezéseknek a helyes használatát. Például a paradicsomot, aminek a magját használták először, mérgezőnek találták és csak dísznövénynek használták a parkokban. Hasonló sors jutott a krumplinak is, amit a kontinens első évszázadaiban csak állatok etetésére használtak. Csak később értek az európai házakba és konyhákba.
Nagy sikere lett a kukoricának, amit szintén Kolumbusz fedezett fel Kubában. Rögtön népszerű lett a spanyoloknál és a portugáloknál, ebből készítettek lisztet. A bab is gyorsan elterjedt, nagy részben a kertben termesztették és nagyon egészséges volt. Másik fajtáját ismerték az antik rómaiak és görögök is (ma már azt a fajtát nem lelhetjük fel).

Miket szállítottak be az európaiak Amerikába?
A gyümölcs és zöldég visszafelé is utazott. Kolumbusz felfedezése után az európai hajósok vittek az új kontinensre különböző ételeket. Így történt, hogy az amerikaiak megismerték a spárgát, az uborkát, az articsókát, a káposztát és a zellert. A gyümölcsöket, mint például a gránátalma, a szeder és a körte. A spanyol és francia kolóniák például bevezették az 1600-as években az articsókát Észak-Amerikában, Kaliforniában. Megérkezett a bogáncs is, ami gyomnövény lett, mert mivel nem volt hozzászokva az új körülményekhez (talaj), elárasztott mindent, nem értették hogyan kell művelni (termeszteni).
Külön kell beszélnünk a cukkiniről, amik tökféle. Amerikában felfedezték, majd az 1900 – as évek emigránsai átvitték magukkal az “Új Világba”. Végül itt van a spárga, ami a mediterrán partokon született és nőtt, mígnem Dél – Amerikában Peru vált a legnagyobb spárga termés beszállítójává a világon.

Róza Telepóczki

La Grande Chiesa, simbolo e orgoglio di Debrecen

La Grande Chiesa di Debrecen è la chiesa calvinista più grande in Ungheria e dell’intera puszta, ma è sopratutto il simbolo della città con i suoi 1500 m², 61 metri di altezza, 38 metri di longitudine e 16 di larghezza. Questo è l’edificio più importante di Debrecen ed è per questo motivo che la città è anche definita la Roma Calvinista. In stile neoclassico, la Grande Chiesa è stata costruita nel 1805 e terminata nel 1824 tra Piazza Kossuth e Piazza Kálvin, precisamente nel cuore della città.

Storia
In passato, nel luogo dove si trova oggi la Grande Chiesa, c’era un altro edificio religioso risalente all’età medievale, distrutto da un grande incendio. Successivamente, nel 1297 al suo posto, è stata costruita la Chiesa di S. Andrea in stile gotico i cui lavori sono terminati nel 1311. Questa è stata la chiesa più grande del Tiszántúl, ma purtroppo il 6 settembre 1564 un nuovo enorme incendio ha devastato la città colpendo anche l’edificio che ha riportato diversi danni: l’orologio si è rotto, le campane si sono fuse per il calore e il tetto si è bruciato. La chiesa è rimasta in questo stato per tanto tempo, fino al 1626 quando sotto la guida di Gábor Bethlen hanno cominciato a ricostruirla. L’edificio è stato successivamente completato grazie al sostengo di György Rákóczi nel 1628. Nel 1642 è stata aggiunta la torre, detta Verestorony, dove è stata messa la campana di Rákóczi del peso di 5600 kg, la più grande campana calvinista in Ungheria che il Principe di Transilvania ha regalato alla città di Debrecen.

Foto tratta da naytempolm.hu

Nel 1707, durante la Guerra d’Indipendenza, le forze imperiali dei cattolicissimi Asburgo, entrando nella città, hanno seriamente danneggiato la chiesa. Un secolo dopo, nel 11 giugno 1802, uno dei più grandi incendi hanno colpito nuovamente la città e la chiesa. La popolazione ha provato a salvare la campana, ma le fiamme erano troppo alte e quando si è cercato di spegnere l’incendio era troppo tardi: la campana aveva già riportato una spaccatura. Nel 1873 ne hanno fatto un’altra incidendo un passo della Bibbia tanto caro a Rákóczi, tratto da una lettera di San Paolo ai Romani e che rappresenta un caposaldo della predestinazione:

Non est currentis, neque volentis, sed miserentis Dei

Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia.

La campana è stata poi custodita temporaneamente nell’oratorio del collegio alla spalle della chiesa. Nel 1803 la città ha affidato a Mihály Péchy il compito della costruzione della nuova chiesa. Nel 1805 con l’aiuto di József Taller il lavoro è continuato: la torre di sinistra è stata terminata nel 1818, quella di destra qualche anno più tardi, nel 1821.

La Grande Chiesa è stata anche teatro di due eventi storici: il 14 aprile 1849, dopo la detronizzatzione degli Asburgo, Lajos Kossuth (1802-1894), un uomo politico che lottò per l’indipendenza del Paese, ha letto qui la Dichiarazione di Indipendenza diventando anche reggente dello Stato Ungherese; nel 1944 la chiesa ha inoltre ospitato l’Assemblea Nazionale Provvisoria.

Oggi
La Grande Chiesa rappresenta un luogo molto importante per la religiosità e la cultura locale. Se intendete visitarla non dimenticate di guardare la poltrona di Kossuth, oggi abbellita con alcune semplici decorazioni nazionali, e se sarete fortunati potreste anche ascoltare le note del grande organo. La chiesa è una grande attrazione turistica e un punto internazionale molto conosciuto, infatti nel 1991 anche Papa Giovanni Paolo II ha tenuto una messa qui.

Per maggiori informazioni consultate il sito
http://nagytemplom.hu

Giulia Vignoni

Sotto il segno del Drago: storia e leggenda nella famiglia Báthory

Il Drago legato alla leggenda della famiglia Báthory - Nyírbátor

Il Drago legato alla leggenda della famiglia Báthory – Nyírbátor

Nell’ambito della storia e della cultura ungherese, un posto di rilievo spetta di certo alla casa nobiliare dei Báthory, una famiglia appartenente alla stirpe dei Gut-Keled, stanziatasi in Ungheria verso l’inizio del secolo XI. In merito al ruolo storico e leggendario che le viene attribuito, lo stemma della famiglia assume un’importanza del tutto eccezionale e pertanto meritevole di attenzione.

Stando alla leggenda, la figura del drago viene associata ai Báthory grazie agli atti eroici compiuti da un antenato della famiglia, Vid, le cui sue gesta risalirebbero ai tempi del regno di Stefano I, fondatore dello Stato ungherese, tra il 1000 e il 1038 d.C. Tale condottiero ebbe il merito di affrontare la mostruosa creatura la quale, dopo aver disseminato terrore tra la popolazione al seguito di numerose distruzioni, venne sconfitta nei pressi della palude di Ecsed. Come prova del successo conseguito, Vid, ucciso il drago, ne conservò i denti.
Ad ogni modo i Báthory vantavano davvero la presenza di un guerriero in famiglia, Opos: contrariamente a Vid, questo prode condottiero è storicamente esistito. Grande combattente al servizio di Re Salamon (1063-1074), si vide attribuire da parte del sovrano il nome Báthory per i propri servigi militari. Nelle cronache della famiglia le gesta di Vid e Opos vennero unite: per tale ragione nello stemma dei Báthory figurano tre denti di drago.

Lo stemma della famiglia Báthory

Lo stemma della famiglia Báthory

Verso l’inizio del secolo XIV i Báthory si divisero in due stirpi: egli Ecsed e gli Somlyai. Entrambe preservarono e tramandarono con entusiasmo il culto dell’atto eroico di Vid, sebbene dalla leggenda del drago se ne ricavarono due versioni differenti. La stirpe di Ecsed protendeva naturalmente in favore di una narrazione svoltasi nella palude, mentre nelle memorie tramandate dai Báthory di Somlyai, le gesta di Vid Bátor ebbero luogo in una grotta situata lungo il fiume Kraszna.

Una volta legatasi alla tradizione cristiana, la famiglia Báthory ricollegò le gesta dei propri eroi a quelle di San Giorgio il quale, secondo gli esperti, affrontò e sconfisse la mostruosa creatura già ai tempi degli Árpád, dunque prima del prode Vid. Storicamente ricopre, invece, una certa importanza la costituzione dell’Ordine del Drago, di cui i Báthory erano membri, voluta da Re Sigismondo nel 1408 per fronteggiare la minaccia turca alle porte dell’Europa, ennesima connessione che rinsalda il legame tra la famiglia e la mitica figura.

Federico Preziosi