Moda Made in Italy – Recensione di Luigi Saitta

Un libro degno di rilievo, quello curato da Dagmar Reichardt e da Carmela D’Angelo, Franco Cesati Editore. Moda made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano costituisce una vera e propria novità editoriale, affrontando, con dovizia di note e di citazioni, il tema del made in Italy, riguardante il mondo della moda, con un approccio interculturale, con una prospettiva inedita, toccando diversi settori, dalla storia alla letteratura, dal cinema alle arti figurative, dalla semiotica ai new media.

Moda Made in Italy 2016 4

La moda – nota nell’introduzione al volume Dagmar Reichardt – è a buon diritto considerata parte integrante del Bel Paese, almeno quanto l’alimentazione e l’industria motoristica, per citare solo alcuni dei suoi pilastri simbolo, a tutti i livelli: sociale, culturale, storico, economico o, per riassumerli in un unico termine, antropologico. Evidentemente la moda – prosegue la studiosa – è particolarmente incline a diventare oggetto di plagio, specie da quando negli anni sessanta il lusso venne democratizzato e da quando, negli anni settanta stilisti come Pierre Cardin hanno prodotto accessori per le masse (come le penne a sfera, gli orologi, ecc.). Ma la moda italiana – questo il punto centrale dell’analisi della studiosa tedesca – è un “habitus” fondamentalmente e genuinamente europeo. Infatti manifesta l’essere e il sentirsi europei cavalcando i limiti, incontrando ed esplorando vari modelli culturali, folcloristici e antropologici dal punto di vista estetico e stilistico, e muovendosi parallelamente sulla scia di una lunga e antica tradizione del costume. Non basta. Attraverso i secoli la moda in Italia ha saputo confrontarsi e misurarsi dapprima con l’artigianato nelle città comunali, poi con il mondo della corte, dei sarti, del lusso e con il suo stesso “disciplinamento”, come ha scritto la storica bolognese Maria Giuseppina Muzzarelli.

Ma c’è di più. La Reichardt rileva ancora come la moda rappresenti a tutt’oggi un linguaggio costitutivo della storia, della storia dell’arte, della letteratura e del cinema italiani (quanto mai interessanti le analisi e le riflessioni che la studiosa fa a proposito del film Il Gattopardo di Luchino Visconti). Per concludere la sua introduzione evidenziando come, a tutt’oggi, la questione della moda italiana non sia stata ancora completamente aperta o approfondita, in maniera organica e sistematica, anche a livello accademico.

I saggi che completano il volume sono tutti di grande completezza (e attualità). Si va ad esempio dal linguaggio della moda (con riferimento esplicito agli anni ottanta), alla moda italiana vista dall’Est, dallo studio delle caratteristiche del costume medioevale in prospettiva interculturale, al lessico della moda, con un’analisi degli anglicismi presenti nelle riviste femminili.

Il volume si arricchisce inoltre di un’intervista a Dacia Maraini che, rispondendo ad una specifica domanda rileva come la “moda sia la spuma dell’onda. Può sembrare superficiale ed effimera, ma riflette le profonde correnti che viaggiano sotto l’acqua”. Insistendo sull’effetto liberatorio, democratico ed estetico-teatrale della moda, la Maraini non solo associa alla femminilità l’idea di freschezza, unita ad una visione attiva e nel contempo serena e aperta, ma ci dimostra anche come la moda riesca a creare veri e propri mondi, evocando nuove, eccitanti dimensioni dell’altro, come per esempio nell’opera di Proust o di Flaubert. In questo modo la scrittrice italiana lancia, come messaggio critico, l’invito a non seguire ciecamente tutte le mode consumistiche, ma a vivere le libertà che i nostri tempi ci offrono.

E rispondendo, infine, alla domanda se la moda sia da considerarsi un fenomeno maschile o piuttosto un fenomeno femminile, davvero illuminanti ci sembrano le parole della Maraini. “Direi che la moda si indirizza più alle donne che agli uomini, perché parte dal presupposto che le donne siano più mascherabili. Le donne, storicamente – prosegue la scrittrice – sono state costrette a parlare col corpo anziché con le parole. Il linguaggio del pensiero era loro interdetto e quindi dovevano usare il corpo per esprimersi. Ma soprattutto per sedurre, secondo la divisione dei compiti: sedurre, accoppiarsi, figliare, sparire. E dico sparire non a caso. La moda si rivolge solo ai corpi giovani. Non esiste una moda per il corpo che invecchia, che pure è una realtà sempre più diffusa”.

E sul tema moda, riferito al ruolo maschile e femminile, e sulla realtà di un universo-anziani che oggi sembra essere sempre più predominante, non poteva esserci analisi migliore.

Luigi Saitta

Moda Made in Italy. Il linguaggio della moda e del costume italiano, a cura e con un’introduzione di Dagmar Reichardt e Carmela D’Angelo, con un’intervista a Dacia Maraini, Firenze: Franco Cesati Editore, (Civiltà italiana. Terza serie, no. 10), 2016, 230 pp.

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Convegno internazionale: “La scrittura fantastica in Bonaviri” – Università di Debrecen

L’Università di Debrecen è lieta di invitare tutti, curiosi ed interessati, ad assistere al Convegno Internazionale “La scrittura fantastica in Bonaviri” che si terrà nei giorni 9 – 10 marzo 2017 presso l’Edificio principale, Piazza Egyetem 1,  aula 58. La direzione scientifica curata dal Prof. István Puskás e il Prof. Franco Zangrilli assicurerà la presenza di studiosi e accademici di primo piano provenienti da Italia, Ungheria, Stati Uniti, Germania e Spagna.


Convegno Internazionale
9 – 10 marzo 2017
Università di Debrecen
Ungheria
a cura di István Puskás e Franco Zangrilli

Programma

9 marzo 2017

15:30
Inaugurazione del convengo, indirizzi di saluto

***

1. sezione

16:00 – 17:30

Roberto Salsano (Italia)
Segni e voci ne “Il sarto della stradalunga”

István Puskás (Ungheria)
Fantasia mitica ne “Il fiume di pietra”

Eny di Iorio (USA)
Il fantastico de “La divina foresta”

Dóra Bodrogai (Ungheria)
Nota sulla metamorfosi deLa divina foresta”

***

10 marzo 2017

2. sezione
9:00 – 10:30

Biagio Coco (Italia)
“La Beffaria”, ricomposizione del narrare

Domenica Elisa Cicala (Germania)
“L’Autobiografia in do minore”, la reinvenzione di sé

Salvatore Presti (Italia)
L’enorme tempo. Strategie del fantastico in Bonaviri

***

3. sezione
11:00 – 12:30

Loredana Audibert (Italia)
Martedina” di Bonaviri

Paolino Nappi (Spagna)
La lingua del fantastico in “Dolcissimo”

Juan Pérez Andrés (Spagna)
Realismo magico in Bonaviri e Márquez

***

4. sezione
14:00 – 15:30

Carmelo Giummo (Italia)
Bonaviri poeta, dal vicolo blu all’asprura

Dagmar Reichardt (Germania)
Bonaviri e “Verga sulla luna”

Franco Zangrilli (USA)
Bonaviri e un Gesù neofantastico

 

Una stanza per Magda Szabó

irogepIl prossimo passo per farvi conoscere la nostra Debrecen è una passeggiata letteraria. Abbiamo avuto la possibilità di visitare la stanza commemorativa dedicata a Magda Szabó, nellˈambito di una lezione universitaria. In questo articolo vi è tutto quello che abbiamo ascoltato su una delle autrici più importanti della letteratura ungherese.

Lˈunico luogo commemorativo aperto al pubblico e dedicato a Magda Szabó (1917-2007), scrittrice ungherese e vincitrice del Premio Kossuth, si trova a Debrecen nel Liceo Dóczy del Collegio Protestante di Debrecen. Si trova qui, perché Magda Szabó da bambina ha frequentato l’allora Istituto femminile Dóczy per 12 anni. E anche perché, dopo la laurea, ha insegnato in questo Istituto per due anni.

In omaggio alla sua alunna più famosa, il 5 Ottobre 2008 la scuola ha aperto al pubblico la stanza commemorativa che ospita l’eredità della scrittrice. Géza Tasi, figlioccio ed erede, ha collocato nel Liceo Dóczy quasi tutta lˈeredità materiale della scrittrice; il 5 Ottobre 2017 verrà inaugurato uno spazio più grande con una mostra permanente in ricordo di Magda Szabó. Fino a quel momento resterà aperto a tutti i visitatori interessati questo piccolo studio, boudoir.

«Gli oggetti esposti sono sistemati in unità tematiche», dice Istvánné Tankó, la vicedirettrice del Dóczy, mostrandoci la stanza. La prima parte ci mostra i ricordi del periodo in cui Magda Szabó frequentava lˈIstituto Dóczy: si può anche vedere la bacheca-ricordo della scrittrice preparata alla fine del Liceo, con tutta la classe e i suoi professori. Questi ultimi hanno avuto un ruolo importante nella sua scrittura. È stato il maestro Szondy ad iniziare Magda Szabó al percorso della scrittura, insegnandole che il mestiere della scrittrice comincia con la lettura e continua con lˈosservazione del mondo circostante.

La parte successiva della mostra è legata alle reliquie familiari: per esempio troviamo la Bibbia di suo padre Elek Szabó, i pentagrammati di sua madre, Lenke Jablonczay. Quest’ultima sarebbe potuta facilmente diventare una pianista di grande talento, se solo sua madre, la mercante Maria Rick, non avesse risparmiato sulla sua educazione musicale.

Passiamo ora alla scrivania, che è sistemata proprio così, come era nella casa della scrittrice in via Júlia: accanto alla macchina da scrivere si trova una foto in cui possiamo vedere Magda Szabó con il suo amato marito, Tibor Szobotka. La Bibbia, che era molto importante per lei, era la sua lettura costante.

img_20161020_124329Gli scaffali della libreria, come per la scrivania, riflettono una sistemazione realistica; tra i libri infatti troviamo gli oggetti e le foto cari alla scrittrice. La statuetta di Don Quijote, per esempio, le venne regalata da suo marito a Natale.

Si trova anche una specchiera nella stanza. In questa specchiera ci sono strumenti per preparare unˈacconciatura perfetta, cˈè la sua parrucca, il suo profumo preferito e tanti dei suoi gioielli. Per la scrittrice è sempre stato molto importante la cura del suo aspetto.

IMG_20161020_131258.jpgEssendo stata una delle autrici più note e riconosciute nel campo letterario in Ungheria, ha ricevuto diversi premi nella sua vita. Per esempio, le è stata conferita la Croce della Repubblica Ungherese e il Diploma di Dottoressa onoraria allˈAccademia Teologica Protestante di Debrecen. Il premio più prestigioso è stato quello donatole dal vescovo Gusztáv Bölcskei in occasione del suo 85esimo compleanno: la copia della maniglia della porta della Grande Chiesa.

Judit Tankó 

Silvana De Mari: Il gatto dagli occhi d’oro

 

25 dicembre, Natale

 

1495934_1406929352888215_2056337461_oUna volta qualcuno ha detto che l’amicizia è un rapporto a due dove ognuno è convinto di essere quello che ha avuto di più e dato di meno. Per Fiamma, Leila è una meteora, una stella di cometa che l’ha guidata fuori dalla sua casa.

La casa di Fiamma è una tana magnifica, talmente fantasmagorica nella sua ricchezza che ha il difetto delle tane magnifiche: c’è dentro una tale quantitivo di roba che è difficile uscire. Fiamma è figlia unica e nipote unica. Questo la mette nel ruolo della principessa, non ha mai fatto un passo senza la benevolente supervisione di un adulto, le principesse non girano senza scorta.

Leila rimane spesso da sola, si prepara da mangiare da sola. Alcuni dei bambini che stanno nelle paludi si guadagnano da vivere da soli. Questo è atroce, certo, dovrebbero avere una papà e una mamma che guadagnano da vivere anche per loro e la sera li mettono a dormire in bianchi lettini puliti. E invece hanno traversato il mondo e sono sopravvissuti. Qualcuno ha visto la sua città bombardata, qualcuno è entrato nella casa dove la sua famiglia giaceva a terra in un lago di sangue. E sono sopravvissuti.

La notte, mentre come una principessa dorme nel suo bianco lettino pulito, Fiamma pensa ai bambini sopravvissuti della palude.

Fiamma è la prima della classe.

È sempre stata la prima della classe. Non lo fa nemmeno apposta. Difficile non essere bravissima quando si arriva da una famiglia dove a cena si discute della rivoluzione russa.

Il primo giorno di scuola Leila è salita sui tetti per guardare la città dall’alto.

Fiamma non lo avrebbe mai fatto. Lei non ha mai fatto una cosa vietata, lei non farebbe mai una cosa vietata. Essere la prima della classe, quella che esegue le prescrizioni sempre e sempre senza sforzo, l’ha resa inevitabilmente un esecutore di ordini. In qualche maniera Fiamma è una minuscola sacerdotessa dell’ordine costituito, i suoi quaderni sono sempre impeccabili, lei è sempre impeccabile, il suo comportamento è sempre impeccabile. Non che ci sia niente di male nell’ordine costituito, l’ordine costituito è una scuola benevola in uno Stato benevolo, una famiglia benevola.

Ci sono altri che salgono sui tetti per vedere la città dall’alto anche se è vietato.

Fiamma guarda Leila come fosse una meteora. La stella cometa che l’ha guidata fuori dalla sua regale tana per condurla nelle paludi, luogo magico dove si incontrano l’acqua e la terra, il noto e l’ignoto, il consueto e lo straniero.

Oggi peró è andata male. È arrivata una banda di ragazzi africani. Sono furiosi per quel giorno di Natale passato in miseria, sono furiosi il nulla in cui le loro vite si trascinano, vuote di tutto, della fatica bestiale che ogni giorno mettono per raccattare la mera sopravvivenza. Sono più grandi di loro, quattordici, quindici anni. Sono furiosi, qualcuno è anche sbronzo, due di loro hanno sulleguance segni di scarnificazione, delle cicatrici fatte apposta: una specie di dolorosissimo tatuaggio fatto con le cicatrici.

Fiamma localizza immediatamente il capo. Non è il tipo enorme che è davanti a tutti. Il capo è quello dietro. Tutti si voltano, incontinuazione, a dargli un’occhiata velocissima,per verificare se ci sono istruzioni. È un ragazzo molto alto, molto bello, anche lui con la faccia tagliata sulle guance da tre cicatrici parallele. È una cosa che quei ragazzi si sono fatti da soli, come prova di corraggio, per darsi un’identità altrimenti smarrita, per fare parte della banda, ché è uno schifo, ma è l’unica cosa che hanno. Chi dorme nelle scatole di cartone si attacca a tutto quello che ha e se non ha niente si inventa qualcosa a cui attaccarsi.

Quel gruppo è venuto su di loro come un branco di lupi, e potrebbe massacrarli.

Non appena comincia l’attacco, Umberto si sposta e si mette davanti a Maryam, per proteggerla.

Fiamma registra il movimento. Umberto, che lei ha sempre considerato un insopportabile spaccone rozzo e beota, alla fine è molto più intelligente e molto più coraggioso di quanto aveva immaginato. Le piace la parola inglese, brave, per coraggioso. Bravo, Umberto.

Stefano si sposta davanti a Leila. I due ragazzi si sono mossi immediatamente, come cavalieri medievali. Ognuno dei due è andato a proteggere quella che vorrebbe fosse la sua dama.

Fiamma, da sempre, ha una cotta per Stefano, e così registra la sua sconfitta. Anche Stefano, come lei, deve essere rimasto folgorato da Leila, quel primo giorno di scuola, quando è salita sui tetti per guardare il mondo dall’alto.

Lei ha perso Stefano e stanno tutti per essere massacrati di botte.

Buon Natale.

Passeranno Capodanno e l’Epifania in ospedale, sperando si tratti di un reparto di ortopedia e non di un reparto di terapia intensiva e rianimazione.

Buon Natale e Buon anno nuovo.

Gli occhi di Fiamma incontrano quelli del capo dei senegalesi, il vero capo, quello dietro, non il bestione grand e grosso che sta davanti, I loro occhi si incontrano. L’altro la sta fissando. Fiamma sente una forte sensazione alla parte dello stomaco, come quando si salta un gradino. In realtà, è una reazione mediata dal nervo vago, le ha spiegato una volta la mamma, il suo nervo vago in quel momento sta facendo le capriole e si sta annodando. Guarda il ragazzo e il ragazzo guarda lei. Lei è una che dorme in un lettino pulito, farà il liceo, poi l’università; lui ha traversato il mondo, è fuori da qualsiasi cosa, peró ora la guarda e Fiamma sente tutta la sua forza.

Stefano comincia una pantomima, è una cosa intelligente, potrebbe dare a tutti la possibiltà di uscirne senza perdere la faccia. Ursula, incredibilmente, gli dà una mano. Anche Ursula è una che, alla prova dei fatti, vale molto di più di quanto si pensava. Leila ha il dono di rendere le persone migliori.

Fiamma guarda il ragazzo senegalese che guarda lei. Alla fine il ragazzo accenna un sorriso e sposta lo sguardo. Non succederà niente. È andata. Stefano ha fatto una proposta, facciamo tutti finta che stiamo giocando, ma il gioco è stato condotto dal ragazzo alto, in fondo, quello di cui tutti eseguono gli ordini.

            Tornano a casa, tutti interi, con i giacconi e i cellulari. Buon Natale.

            Quella sera, nel suo bianco letto pulito, Fiamma ripenserà a quella sguardo su di lei. Ci penserà con le guance in fiamme e il vago che si attorciglia.

Buon Natale.

In più è stata fiera dei suoi amici. Stefano, certo, ma anche gli inaspettati Ursula e Umberto. Alla fine la gente vale più di quello che mostra nel quotidiano.

È stato il giorno degli eroi.

Fiamma si addormenta e sogna il ragazzo scuro. Lo sogna in un luogo lontano, dove ci sono foreste e savane.

Buon Natale agli uomini di buon volontá.

Buon anno a tutti.

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silvana-de-mari-il-gatto-dagli-occhi-doro.jpgSilvana De Mari: Az aranyszemű macska (részlet)

Karácsony, december 25.

Valaki egyszer azt mondta, hogy a barátság egy olyan kapcsolat két ember között, melyben mindkét fél meg van győződve arról, hogy többet kapott, mint amit cserébe adott. Fiamma számára Leila egy ilyen barát, egy ilyen égi üstökös volt: egyfajta hullócsillag, amely kivezette őt a házából. Tudvalevő, hogy Fiamma háza egy csodálatos odú volt, gazdagsága révén elbűvölően varázslatos, ám rendelkezett a csodálatos odúk hibájával is: annyira sok holmival volt zsúfolásig tele, hogy nehéz volt kijutni belőle. Másfelől Fiamma egyszerre volt egyke gyerek és egyetlen unoka is. Ez tette lehetővé, hogy magára öltse a hercegnő szerepét: soha nem tett még meg egyetlen lépést sem valamely jóindulatú felnőtt felügyelete nélkül, márpedig a hercegnők nem járnak kíséret nélkül.

Leila viszont gyakran volt egyedül, s egymaga készítette el az ennivalót is. Néhányan a mocsárban lakó gyerekek közül kénytelenek voltak egyedül ellátni magukat. Ez borzasztó, és persze szükség lett volna egy apára és egy anyára, akik biztosítják a megélhetést számukra; majd az este nyújtotta volna nekik a nyugodt alvást a fehér lepedőkön fekve. Sok mindenen kellett keresztülmenniük és mégis túlélték. Volt, aki látta saját városa bombázását, volt, aki a lakásba érve vértócsában fekve találta családját. Mégis túlélték.

Éjjel, miközben hercegnőként pihent az ágyában, a tiszta lepedőn, Fiamma a mocsárban élő túlélő gyerekekre gondolt. Ő osztályelső volt, mindig is az volt, noha sosem készakarva tette mindezt. Nehéz lett volna nem kiválónak lennie, amikor olyan családból jött, ahol a vacsoraasztalnál az orosz forradalomról ment a társalgás.

Első nap az iskolában Leila felmászott a tetőre, hogy felülről láthassa a várost. Fiamma sohasem tett volna ilyet. Ő sosem járt tilosban, sosem tett volna olyat, ami tiltott. Osztályelső lévén mindig végrehajtotta az utasításokat, és ő volt az, aki mindig zokszó nélkül, fejet hajtva tett eleget a kéréseknek. Valamilyen módon Fiamma egyfajta kis papnője volt a fennálló rendszernek: az ő füzetei mindig kifogástalanok voltak, ahogy a magaviselete is. Persze nem arról van szó, hogy bármi rossz lett volna a fennálló rendszerben; a fennálló rendszer maga volt a jóindulatú iskola, a jóindulatú állapot, a jóindulatú család.

Mindeközben voltak mások, akik felmásztak a tetőre, hogy láthassák a várost felülről, noha ez tiltott volt. Fiamma úgy nézett Leilára, mint egy égi üstökösre. Egy vezércsillagra, ami kivezette őt a fejedelmi odújából a mocsárba, egy mágikus helyre, ahol találkozik a víz és a föld, az ismert és az ismeretlen, a helybéli s az idegen.

A mai nap azonban vészjóslónak ígérkezett: váratlanul megjelent az afrikai kölykök bandája. Zabosak voltak, mert a karácsony napját ily nyomorúságosan kellett eltölteniük, s mérgesek, amiért az életük a semmi felé tartott, ahol minden üres, és minden egyes nap egy kegyetlen harc a puszta létért. Idősebbek voltak Leiláéknál, tizennégy-tizenöt évesek. Dühbe gurultak, ha valaki részeg volt. Közülük kettőnek vágások éktelenítették arcát; szándékosan ejtett sebek voltak ezek: szörnyen fájdalmas hegekből álló tetoválások.

Fiamma azonnal kitalálta, hogy ki a bandavezér. Nem volt az a tipikus nagydarab srác, aki mindenki előtt állt, hanem inkább pont ő volt az, aki a háttérben maradt. A banda tagjai gyors pillantásokat vetettek szüntelen hátrafelé az esetleges utasításokért. A vezér egy felettébb magas és helyes fiú volt, három párhuzamos heg keretezte arcát. Az egyik dolog, ami egyedül őket jellemezte, az az arcukon ejtett sebek voltak: a bátorságuk egyfajta bizonyítékául szolgáltak, személyiséget adva ezzel elveszett lényüknek, valamint annak, hogy a banda teljes értékű tagjai lehessenek. Magát a puszta tényt is módfelett gyűlölték, mégis ez volt az egyetlen dolog, amibe kapaszkodhattak. Ugyanis, ha az ember kartondobozban alszik, mindenét magához szorítja, ha azonban semmije sincs, keres valamit, amit a magáénak tudhat.

A bagázs úgy közelített Fiammáék felé, akár egy farkasfalka, amelyik bármelyik pillanatban lecsaphat rájuk. Alighogy támadásba lendültek, Umberto máris Maryam elé vetette magát, hogy megvédhesse. Fiamma emlékezetébe véste a mozdulatot. Umberto, akit ő mindig is elviselhetetlenül gorombának, maradinak és erőszakosnak tartott, végül sokkal intelligensebbnek és bátrabbnak bizonyult, mint ahogy azt lány gondolta volna. Fiammának tetszett az angol „brave” szó a bátorság kifejezésére. Ügyes vagy, Umberto. – gondolta.

A két fiú középkori lovagként ugrott a lányok elé. Ki-ki a maga úrhölgyét próbálta védeni. Stefano Leila elé állt. Fiammában – aki mindig is oda volt Stefanóért – ekkor tudatosult, hogy a fiú nem őt választotta. S akárcsak őt, bizonyára Stefanót is rabul ejtette Leila személyisége még az első iskolai napon, amikor felmászott a háztetőkre, hogy láthassa a világot felülről. Ebben a pillanatban Fiamma szem elől vesztette Stefanót és mind ott maradtak a támadók gyűrűjében.

Nesze neked karácsony!

Most már biztos, hogy a kórházban fogják tölteni a szilvesztert és a vízkeresztet, remélve, hogy csak az ortopédiai osztályon kell dekkolniuk, és nem az intenzíven két újraélesztés között.

Remek… most aztán kellemes karácsonyi ünnepeket és boldog újévet mindenkinek!

Ekkor Fiamma pillantása találkozott a szenegáli bandavezérével, az igazi főnök tekintetével, aki hátul, s nem elől állt, mint az a nagy és hatalmas melák. Farkasszemet néztek egymással. A srác le sem vette róla a szemét. Fiamma szíve hevesen vert, a torkában dobogott, szinte majd’ kiugrott a helyéről. Vizslatta a srácot, amaz pedig állta a pillantását. Fiamma, aki tiszta ágyban alszik, aki bizonyosan el fogja végezni a középiskolát, majd az egyetemet is; s vele szemben ott állt egy fiú, aki sok mindenen ment keresztül, és kimaradt bizonyos dolgokból, most mégis úgy nézett Fiammára, hogy a lány érezze minden erejét.

Eközben Stefano pantomim játékba kezdett: ez egy nagyon okos megoldás volt, ami mindenkinek lehetőséget adott arra, hogy megússza a balhét fejvesztés nélkül. Hihetetlen, de Ursula segített neki ebben. Egy volt azok közül – mint ahogy azt a példa is bizonyítja – aki sokkal többre képes, mint ahogy azt az ember képzelné. Úgy látszik, Leilának megvolt az az adottsága, hogy kihozza az emberekből a legjobbat.

Fiamma és a szenegáli fiú továbbra is kölcsönösen méregették egymást. A srác arcán halvány mosoly jelent meg, majd elfordította a fejét. Ebből nem lesz semmi. Elment. Ekkor Stefano azt javasolta, hogy csináljanak úgy, mintha csak játszanának, elhitetve velük, hogy a játékot a magas srác irányítja, végtére is mindenki az utasításait várja.

Végül mindannyian épségben, dzsekiben és telefonnal a zsebükben tértek haza. Boldog karácsonyt!

Ám azon az estén, a tiszta fehér ágyában, Fiamma újra a rászegeződő szempárra gondolt. Maga elé idézte az indulattal teli arcot, s a tekintetet, ami az övébe fúródott.

Kellemes Ünnepeket!

Ráadásul büszke volt a barátaira: Stefanóra felettébb, de nagyon örült Ursula és Umberto meglepően bátor megtáltosodásának is. Még a végén kiderül az emberekről, hogy több van bennük, mint gondolnánk. Ez a hősök napja volt. Fiamma elaludt s a szenegáli sráccal álmodott. Álma egy messzi, fákkal és szavannákkal tarkított vidékre vitte őt.

Boldog karácsonyt a jószívű embereknek! Boldog újévet mindenkinek!

Traduzione di Anna Czifra

Il Petrolio di Pier Paolo Pasolini: conversazioni con István Puskás

Pasolini Olaj.jogPier Paolo Pasolini rappresenta una figura cardine del Novecento italiano, un credito conquistato grazie alla sua incredibile e fervida attività intellettuale che ha spaziato in vari campi dell’arte e non solo: come dimenticare il suo contributo alla poesia, alla critica letteraria, alla letteratura, alla politica, al teatro e al cinema? Considerando il suo indiscusso prestigio internazionale affermatosi anche per alcuni tragici eventi di cronaca che hanno accompagnato la sua esistenza (in ultimo quello del suo brutale assassinio), abbiamo avuto il piacere di intrattenere una breve chiacchierata con István Puskás, docente presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Debrecen, su questo gigante della cultura italiana e della percezione dell’opera pasoliniana in Ungheria. Il Prof. Puskás, inoltre, ha di recente tradotto la prima edizione ungherese di uno dei romanzi più dibattuti e controversi di Pasolini, Petrolio (Olaj in ungherese), e rappresenta uno tra i suoi conoscitori più profondi nel mondo accademico ungherese. Quale occasione migliore per aggiungere elementi di riflessione ad alcune tematiche spesso toccate in Italia che meritano un dibattito di respiro internazionale più ampio?

Pier Paolo Pasolini è certamente una delle figure più importanti del Novecento italiano. Le sue opere, così come la sua storia, ancora oggi destano un certo interesse per un’ampia fascia di lettori sia per i contenuti emersi da una florida attività culturale che per la tragica scomparsa sulla quale si addensano numerose ombre. Qual è stata la percezione in Ungheria del suo lavoro intellettuale e della sua vita dagli inizi della sua attività fino ad oggi?

Pasolini in Ungheria era noto prima di tutto come regista e i suoi film costituivano un punto di riferimento importante per gli intellettuali magiari degli anni settanta-ottanta in quanto rendevano in qualche maniera un certo senso di libertà. In generale ogni film arrivato dall’altra parte della cortina di ferro offriva questa sensazione, lo spirito di una libertà intellettuale tipica del periodo che veniva percepito in Ungheria naturalmente anche attraverso i film di Pasolini. Egli rappresentava un esempio chiaro di come si modificavano i prodotti culturali penetrando in un nuovo contesto. Pasolini, critico fermo dei movimenti del ’68 in Ungheria, veniva visto come parte di quella rivoluzione culturale. Prima di tutto la sua Trilogia della vita, proiettata pubblicamente nelle sale cinematografiche con la rappresentazione aperta del corpo e della sessualità, in Ungheria veniva concepita come l’avvento di tale rivoluzione e riusciva ad attirare l’attenzione di un numero relativamente considerevole di spettatori interessati alla cosiddetta rivoluzione sessuale. Altri suoi film – a partire dai primi lavori fino a Teorema – invece erano percepiti come la conferma della tesi secondo la quale il capitalismo fosse corrotto e decadente.
Oltre l’opera cinematografica, invece, la sua attività letteraria è rimasta quasi del tutto ignorata, sconosciuta fino agli ultimi anni. È strano perché dalle librerie ungheresi non mancavano i libri degli autori italiani contemporanei. Questa anomalia potrebbe spiegarsi nell’estrema difficoltà della traduzione dei testi pasoliniani. Per le generazioni nate dagli anni ottanta in poi resta invece del tutto ignoto anche questo capitolo della storia del cinema (non solo Pasolini, ma tutto il cinema dell’epoca). Soltanto dieci anni fa la nota e prestigiosa casa editrice Kalligram ha deciso di avviare una collana per colmare questa assenza pensando di basarsi sul mito del regista. Dopo aver pubblicato sei volumi dobbiamo ammettere che il tentativo risulta, se non del tutto fallito, poco fruttuoso. Nonostante l’attualità incredibile dei suoi pensieri, delle sue analisi sul neocapitalismo, quasi nessuno trova rilevante l’opera di Pier Paolo Pasolini in Ungheria. Non mancano le ragioni, certo, possiamo e dobbiamo provare a dare una spiegazione, ma ciò non giustifica un risultato che alla fine rimane deludente.

Per quale ragione tra tutte le opere di Pasolini ha voluto tradurre Petrolio? Qual è la sua attualità e quale riscontro si spera possa avere tra i lettori ungheresi?

Da traduttore è una sfida difficilissima rendere in un’altra lingua e in un  contesto storico-culturale differente questo testo meraviglioso e terrificante di Pasolini, sebbene, come ho già accennato, Petrolio sia estremamente attuale. Pasolini quaranta’anni fa aveva capito benissimo i meccanismi della societá del consumo e del mondo in cui viviamo. Da critico letterario lo trovo molto importante perché proprio parallelmente con la filosofia e la critica francese ed anglosassone ha avuto delle intuizioni brillanti su questioni quali il corpo, il potere, il desiderio, tutto ciò che la scienze cataloga al giorno d’oggi sotto l’etichetta di cultural turn. Non vorrei mistificare né assolutizzare l’universo pasoliniano, ma dobbiamo dire che pur non essendo in contatto con certi ambienti intellettuali dell’Occidente, ispirandosi alle stesse fonti, maestri come Gramsci, Freud, Sartre, Fanon, Pasolini raggiunse risultati simili ai maggiori pensatori del secondo Novecento (Foucault, Dubord, Deleuze, Guattari, Said, Buttler e altri). Petrolio intendeva essere la grande sintesi di tutte le sue esperienze fatte sul mondo, ma questa è una definizione riduttiva: abbiamo a che fare con un testo meraviglioso, un’espressione linguistica e poetica magnifica, pagine che hanno scalato la vetta della narrativa italiana e forse mondiale dell’epoca.
In merito al riscontro non nutro grandi illusioni, del resto la scarsa ricezione è una conferma dei pensieri critici di Pasolini. Ma dobbiamo anche dire che si tratta di un testo estremamente difficile, sebbene si registri un progressivo allontanamento della classe intellettuale ungherese che oggi sembra quasi del tutto scomparsa.

In Petrolio, così come in tante opere di Pasolini, emerge il tema dell’uomo e del suo rapporto con il potere: crede che le forme di propaganda e il cinismo del potere abbiano subito un’evoluzione oppure la lezione di Pasolini resta ancora la più lucida sul campo?

Penso che ciò che insegna Pasolini sul rapporto tra il potere e l’uomo, ovvero il cittadino dello stato moderno nell’era del neocapitalismo, del consumismo in sostanza, sia ancora valido: viviamo nello stesso sistema che delinea Pasolini quarant’anni fa, nella società mediatica (la società dello spettacolo come la definisce Dubord), culturalmente omologata ma nello stesso tempo priva di punti di riferimento, di estrema complessità, un labirinto intricato che contiene sostanze inafferrabili. Ciò che in me rafforza questa opinione è proprio la letteratura italiana contemporanea che dichiaratamente si ispira ai pensieri di Pasolini, penso ad autori come Vasta, Genna, i Wu Ming.

Un’altra tematica cara a Pasolini è la sessualità del potere. Nel romanzo entrambi i Carlo intrattengono una serie di rapporti sessuali e omosessuali (addirittura uno dei due si tramuta in una donna): perché il potere è così ossessionato dal sesso? Per quale ragione esso tende ad abusarne e poi reprimerlo?

Per capire meglio Pasolini possiamo fare leva a un suo grande coetaneo francese, Foucault, che studia e spiega acutamente la nascita e i meccanismi del potere dello stato moderno occidentale. In breve uno degli elmenti base di questo sistema è il controllo totale sul corpo umano, compreso anche la sessualità. Foucault e altri come Deleuze, Guattari, ma anche i femministi, sostengono che ci sia un legame fortissimo tra i meccanismi del potere e il sesso. Il punto comune in sostanza è il desiderio (qui arriviamo alle radici psichiche dell’esistenza umana, cioè all’esperienze della psicoanalisi da Freud a Lacan). Penso che Pasolini arrivi proprio a questo punto: visto che per lui il desiderio costituisce un elemento fondamentale dell’esistenza umana ed essendo da sempre molto impegnato nelle vicende della politica non era difficile collegare questi due fili. In sostanza: il rapporto sessuale è sempre un gioco di potere e nel potere c’è sempre il desiderio, il desiderio di impadronirsi dell’altro. Si tratta di due campi dello stesso gioco che costituisce l’esistenza umana, l’eterna ed impossibile voglia di superare la distanza tra l’individuo e l’altro e parallelamente costituire un se stesso attraverso il rapporto, essere ciò che si riflette nell’occhio dell’altro.

Sempre a proposito della sessualità, in Petrolio emerge anche una singolare posizione del potere nei riguardi del sesso: esso è una forza femminina che si concede passivamente, pertanto la parte che durante l’amplesso trae maggiore soddisfazione. Il potere in questo gioco sessuale accetta le regole implicitamente dettate dalla sua controparte, in altre parole si lascia sessualmente sottomettere. Non crede che sia un’immagine contraddittoria nel pensiero di Pasolini?

No, non credo. A mio avviso Pasolini in questa dinamica riesce e trovare un altro elemento che ho provato a riassumere prima, la continua instabilità del gioco e suoi dei ruoli. Filosofi e critici contemporanei come Homi Bhabha e Judit Buttler ci insegnano che essi sono sempre costruzioni e come tali non sono altro che tentativi continui di creare stabilità nell’ambito di un’esistenza che n’è assolutamente priva. Insomma chi sta sopra e chi sta sotto, chi domina chi viene sottomesso, nulla è mai del tutto prederminato, anzi gli sforzi di stabilire ruoli (anche gender) servono a velare il volto vero dell’esistenza. Ma il velo si strappa prima o poi. Per questo penso che uno dei massimi capitoli della letteratura novecentesca sia in Petrolio l’episodio di Carmelo.

Come relazionarsi a Petrolio in quanto opera incompiuta? Cosa lascia al mondo questo testamento “obbligato” di Pier Paolo Pasolini?

C’è sempre la tentazione di porre la domanda come sarebbe un Petrolio compiuto. Io penso che proprio questo suo stato frammentario riesca ad essere qualcosa di emblematico della nostra epoca in cui pare che non esistino delle strutture fisse, complete, solide, che esista solo una complessità inafferrabile di cose. Ecco l’esperienza ci aiuta a capire perché l’uomo soffre e fatica tanto a creare punti e linee, tracciare limiti fissi attorno a se stesso e al mondo che lo circonda.

Federico Preziosi

Le leggende del cervo magico e del Turul

Quando i magiari si stabilirono nella regione della Pannonia si diffusero alcune leggende su questo avvenimento storico. Le più celebri sono certamente quella dell’uccello Turul e quella del cervo magico. Una cosa è certa, alcuni unni sono arrivati nella “terra promessa” partendo dall’Asia per poi raggiungere il bacino dei Carpazi.

La leggenda del cervo magico.
Secondo quanto si tramanda, Hunor e Magor, due fratelli figli del sovrano Nimròd (da loro derivano i popoli degli hunni e dei magiari), durante una battuta di caccia videro un cervo bellissimo e si misero subito a inseguirlo, accompagnati da cento cavalieri. Ma il cervo era più furbo e non si faceva prendere. Per sette giorni ogni mattina, quando il sole sorgerva, Hunor e Magor inseguirono l’animale magico per catturarlo, ma senza successo; e ogni sera il cervo spariva nei boschi lasciando i cacciatori stanchi e delusissimi.

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Il settimo giorno i due fratelli, inseguendo il cervo, si trovarono in un paese magnifico con l’erba alta, il terreno fertile e tantissimi animali. Entusiasti tornarono dal padre, il quale diede loro il permesso di trasferirsi in questa terra meravigliosa e far pascolare la loro mandria.

Dopo un po’ di tempo, durante un giorno di caccia, i due fratelli trovandosi vicino a una cascata videro un gruppo di fanciulle bellissime. Si avvicinarono in silenzio e ne rapirono due, le misero sul cavallo e corsero via. Hunor e Magor non solo presero le due ragazze più belle, ma queste erano addirittura le figlie del sovrano di un regno confinante. I due fratelli le calmarono con parole belle e gentili e le fanciulle furono contente di conoscere i due principi dei quali si sono innamorarono. Così Hunor e Magor sposarono le due bellissime principesse da cui nacquero due stirpi.

Nonostante questo, con il passare degli anni, le popolazioni dei rispettivi regni aumentavano e il territorio non fu più sufficientemente grande per tutti, per questo gli abitanti furono costretti a migrare. I discendenti di Hunor, gli unni, andarono alla conquista di nuovi territori guidati da Attila. Essi arrivarono per primi in Pannonia, ma il prode guerriero la lasciò in eredità ai loro fratelli magiari. Cosí racconta la leggenda a proposito dei magiari che si stanziarono in Ungheria.

La leggenda del Turul
Secondo un’altra leggenda, nel 819 d.C, nel sogno di Emese, moglie di Re Magóg e sovrana del popolo magiaro, si presentò un volatile, un Turul (un uccello mitologico, presumibilmente un astore o un’aquila), annunciando che il figlio della coppia sarebbe stato un sovrano ancora più grande del padre e, a sua volta, i suoi discendenti sarebbero stati ancora più potenti del futuro regnante. Cosí si sarebbe creata una dinastia forte, temuta e rispettata. Il figlio venne così chiamato Álmos (sognato) segno di gratitudine per l’annuncio del sogno.

Successivamente, il Turul, apparì nei sogni di Re Magóg, ma la sua premonizione fu diversa. Secondo la visione, enormi aquile avrebbero assalito le mandrie degli ungheresi, sbranandole. I cavalieri provarono a salvare tutto il possibile ma con scarso successo. Allora arrivò il Turul e ammazzò uno degli uccelli predatori. Vedendo questo, le altre aquile scapparono.
Dopo questo terribile episodio, i magiari decisero di seguire i loro fratelli unni, sperando di trovare la “terra promessa”. Sfortunatamente decisero di seguire le aquile, smarrendo la strada. In quel momento venne di nuovo in loro soccorso il Turul che guidò il popolo sulla strada giusta.

Dopo questo sogno, il giorno successivo, tra le mandrie dei magiari si scatenò il putiferio: le bestie cominciarono a uccidersi tra loro, così gli avvoltoi ne approfittarono per cibarsi delle carcsse degli animali morti, quando improvvisamente arrivó un Turul che uccise uno degli avvoltoi. Il sovrano, rivivendo il proprio sogno, capì che doveva seguire il volatile. Quindi chiamò a raccolta tutti i sui uomini e insieme partirono verso la “terra promessa”. Si accampavano ogni sera laddove videro il Tucul sparire, fino al giorno in cui non si presentò più dinanzi ai loro occhi. Quel giorno erano giunti nel bacino dei Carpazi e Álmos ormai era molto anziano. Il suo posto venne preso da suo figlio, Árpád, che regnò sui magiari a capo di una dinastia forte e rispettata.

Lili Telepóczki

Se hai un cuore anche a te fa male quello che mi hai fatto – Una mostra al B24 Galéria di Debrecen

donna1Nell’estate del 2013 ho iniziato a stringere legami con il gruppo dei cantanti folk di Vámospércs. Sono subito diventata un membro della loro compagnia. Durante le osservazioni ho avuto opportunità di vedere il loro modo di vivere, le attività tradizionali e l’identità locale e nazionale.

Molti ritengono che la cultura e la vivacità artistica qui a Debrecen possano competere con Budapest, ma sono convinta che, letto questo articolo, non avrai più dubbi su quale città visitare in Ungheria per vedere questo “miracolo” e anche tu avrai voglia di visitare la B24 Galéria.
In questi giorni Debrecen ha l’opportunità ospitare a una mostra particolare di Viola Fátyol, una fotografa che, attraverso le proprie immagini, racconta l’evoluzione delle persone, in particolare del cambiamento delle donne ungheresi negli ultimi anni.  Leggendo le didascalie e ammirando le foto, è possibile avere un’immagine più ampia della condizione sociale delle donne ungheresi e certamente, coloro che avranno gli occhi, le orecchie e il cuore per “sentire” queste voci, comprenderanno tutto il valore civile che questa mostra vuole trasmettere alle generazioni più giovani.

donna2Questa rassegna si svolge in tre sale e comprende due parti, la prima visuale e la seconda auditiva. La Fátyol, nel primo salotto, si concentra solo sugli individui: le foto impressionistiche manifestano bene, evocando la forza dell’unità, la passione per il canto folcloristico e per l’essere ungherese.

Nella seconda sala sono raccolte delle piccole frasi di donne di umili di origine contadina dal contenuto così vasto e profondo che lasciano intravedere alcuni momenti della loro vita:

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Abbiamo vissuto trentasei anni assieme e poi mi sono stancata. Non mi sono fidata degli uomini e neanche adesso mi fido di loro.

Se uno si impegna con un lavoro, anche se in verità io ho solo lavorato la terra e lo faccio ancora oggi, allora ci si impegna sempre con le sue difficoltà.

Non voglio andare sempre al coro, ma mi costringono, così vado anche se zoppico perché forse un giorno non ce la farò ad uscire di casa.

Mia madre mi diceva sempre, se un ragazzo mi invita per un caffè allora vuole farmi del male quindi non posso andare con lui. Questa era l’educazione sessuale all’epoca.

Credo che in queste frasi emergano non soltanto il dolore, ma anche la gioia e l’ironia, ed è importante sapere che anche agli ungheresi piace ridere tanto… oppure ridere piangendo. Anche oggi, sebbene fra mille difficoltà, la gioia esiste, ma spesso si nasconde bene, eppure ritengo che non dobbiamo mai smettere di cercare la gioia, come dice Roberto Benigni. Se la inseguiamo allora la ritroveremo di sicuro perché io credo fermamente che l’ironia e la passione per la vita non possano appartenere soltanto a poche persone, ma che siano un privilegio per tutti.

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Vorrei concludere con qualche foto della seconda stanza, la cui visione ha fatto venire anche a me le lacrime, perché mi ha ricordato il tempo passato con mia nonna tanti anni fa.

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Enikő Tóth

Parlare degli anni di Piombo a Debrecen

Zsiga LakoNei giorni 21 e 22 Ottobre, all’interno della suggestiva sala convegni di Víztorony, si è tenuta una bellissima conferenza sugli Anni di Piombo in Italia, promossa dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Debrecen e animata dalle brillanti relazioni di professori universitari, accademici, giornalisti. Un valido contributo alla riuscita dell’evento è stato fornito, inoltre, dal pubblico presente in sala, vivace e attento, composto principalmente da studenti universitari, ma anche da italiani che vivono a Debrecen e semplici curiosi. Aspettando che vengano prodotti gli atti del convegno, ai quali ci piacerebbe dare ampio spazio su questo sito, noi di Debrecen chiama Italia abbiamo riportato alcune impressioni per rievocare la piacevole atmosfera creatasi nell’ambito di un convengo organizzato da una piccola e attenta comunità, sempre aperta e interessata alle problematiche culturali, politiche e civili del Bel Paese. Le riflessioni elaborate in tale contesto verranno sicuramente riprese in altri momenti, confidando nella loro validità, nella possibilità che esse generino nuovi ed appassionanti dibattiti e che non restino solo tra le mura universitarie, ma che vivano e camminino.

Abbiamo provato a mettere in piedi un evento al di fuori dagli schemi, nel senso che con la scelta del luogo e con la presenza degli studenti – nonché con la scelta del tema – volevamo allargare il dibattito, senza ridurlo al solito discorso scientifico, muovendo verso l’interattività, la discussione, il confronto diretto ed immediato di temi, orizzonti, punti di vista. Abbiamo raggiunto un risultato importante con la presenza di due studiosi di caratura internazionale della letteratura italiana del Novecento, il Prof. Franco Zangrilli e la Prof.ssa Dagmar Reichart.
István Puskás, Docente presso l’Università di Debrecen.

Un sentito ringraziamento al Prof. Puskás per l’idea e l’organizzazione; mi ha colpito l’attenzione costante dei nostri studenti (soprattutto quelli del primo anno), i veri dibattiti sviluppatisi dopo le relazioni (grazie agli ospiti/relatori arrivati da varie realtà che hanno contribuito con diversi punti di vista) e, infine, la presenza della “comunità italiana” di Debrecen.
László Pete, Docente presso l’Università di Debrecen e Responsabile del Dipartimento di Italianistica.

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Per me è un grande piacere vedere che le nostre conferenze attirano sempre più persone, non solo accademici, ma anche altre persone interessate alla cultura italiana. Inoltre mi fa piacere vedere che ci sono sempre più italiani nella nostra città, che per qualche motivo scelgono di cominciare una nuova vita qua, di come apprezzano la nostra realtà e cercano possibilità per integrarsi, mantenendo allo stesso tempo la loro cultura. Penso che, anche per gli italiani, queste conferenze siano delle belle occasioni per ritrovarsi, dei punti d’incontro, e spero che anche loro siano felici di vedere il nostro sentimento di amore verso la cultura italiana e di quanto apprezziamo la loro presenza qui in Ungheria, a Debrecen.
Zsigmond Lakó, Dottore presso l’Università di Debrecen. 

La conferenza mi è piaciuta perché trattava un argomento molto interessante, importante e ancora attuale. Ascoltando i professori e gli studiosi mi è venuta la voglia di leggere alcuni libri e vedere tantissimi film su questo tema. Purtroppo non ero abbastanza preparata, non sapevo tante cose sugli anni di piombo e non sono riuscita a capire ogni parte della conferenza. Mi è piaciuto però che tanti professori sono venuti da città diverse, anche molto lontane.
Liliána Pósán, studentessa.

Sciacovelli

Per me tornare a Debrecen é sempre una grande emozione, é la prima cittá universitaria ungherese in cui ho studiato, nel lontano 1988, ed ogni volta che visito le aule, i corridoi, gli edifici del campus e tutto quanto sta intorno all’universitá, mi sembra di tornare a quegli anni di grande entusiasmo… il convegno continua la lunga serie dei convegni organizzati dai colleghi di Debrecen, questa volta con una impostazione contemporaneista che ha conquistato relatori “inusuali”, dandoci la possibilitá di riflettere su un periodo che sembra stia pian piano entrando nella storia, non é un caso che il protagonista “in calce” fosse Pasolini, intellettuale molto amato e ammirato anche in Ungheria, le cui opere si stanno pubblicando in versione ungherese proprio in questi ultimi anni.
Antonio Sciacovelli, Docente presso la West Hungary University.

La conferenza mi è piaciuta perché ho avuto la possibilità di conoscere gli anni di piombo, questo periodo violento d’Italia, ma sopratutto le opere e l’importanza di Pier Paolo Pasolini nella cultura italiana.
Zsolt Kosina, studente.

Secondo la mia opinione il convegno è stato utile per noi studenti. Abbiamo potuto incontrare professori molto prestigiosi venuti non solo da altre città ungheresi, ma anche da altri Paesi, ed ascoltare le loro presentazioni. Per me era affascinante notare quanto fosse profonda la loro conoscenza nei vari argomenti e di come potevano discutere qualsiasi tema non solo in italiano, ma anche in inglese. Siamo molto riconoscenti a loro per averci regalato un pezzo della loro conoscenza.
Réka Gruz, studentessa.

Prendendo parte a questo convegno come studentessa di italianistica posso dire che ha arricchito i miei studi. Durante questi due giorni abbiamo imparato tante cose nuove e abbiamo sentito parlare di nomi molto noti come Aldo Moro e Leonardo Sciascia. Abbiamo potuto conoscere meglio l’Italia d’oggi. Ma mi ha impressionato molto di più quello che hanno fatto tutti questi ricercatori e professori che sono venuti a Debrecen, perché non si stancano mai conoscere ed approfondire sempre di più gli anni di piombo. Mi hanno dato un tesoro importantissimo: la voglia di sapere!
Enikő Tóth, studentessa.

Gli Anni di Piombo a Debrecen!

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Mercoledì 21 e Giovedì 22 Ottobre,
Nagyerdei Víztorony
dalle ore 10:00

Il Dipartimento di italianistica dell’Università di Debrecen è lieta di presentarvi il racconto di uno dei periodi più sanguinosi della storia che l’Italia recente abbia mai vissuto. Attraverso la voce di docenti universitari, ricercatori, professori e giornalisti prederanno forma le figure di alcuni dei grandi protagonisti di una stagione politico-letteraria indimenticabile come Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro e Leonardo Sciascia. Sullo sfondo la violenza e la brutalità dei crimini commessi dal potere e dal terrorismo che in Italia mostrarono un volto tanto agguerrito quanto spietato.

Scarica il programma in pdf

Maria Lucia, una rotariana in Ungheria

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Maria Lucia, giovane studentessa siciliana di Corleone, è stata ospitata questa estate da una famiglia di Debrecen per qualche mese. Noi l’abbiamo incontrata poco prima che concludesse questo scambio internazionale tra Italia e Ungheria per farci raccontare la sua esperienza
 durante questo soggiorno estivo.

Ciao Maria Lucia, la prima domanda può essere scontata, ma per noi molto importante: perché sei qui in Ungheria?
Mio padre è un rotariano e così ho deciso di unirmi a lui perché tramite il Rotari è possibile fare brevi esperienze internazionali. Avevo puntato verso l’area scandinava, ma è stata Vanda, la ragazza ungherese che mi ospita, ad inviarmi la documentazione necessaria affinché potessi prendere parte al programma e ed ho accettato. Così abbiamo fatto questo progetto tra Italia e Ungheria: Vanda è stata da me per 5 settimane e adesso è il mio turno.

Che cos’è il Rotari?
Appartengo al distretto 2021 di Corleone. Lo so, detta così sembra un po’ l’inizio di Hunger Games [ride]! Il Rotari è un’associazione che si occupa del sociale e promuove scambi culturali soprattutto con l’America e la Germania, che sono i Paese dove c’è maggiore richiesta. Gli scambi possono durare anche per un anno, dipende dai progetti.

Avevi già sentito parlare di Debrecen?
No, avevo sentito  parlare solo di Budapest perché la mia scuola organizza spesso viaggi nella capitale ungherese, ma di Debrecen mai.

Qual è stata la tua prima impressione?
Una città tranquilla. Mi piacciono i colori e queste strade molto larghe. Mi piace molto anche la Chiesa calvinista perché è molto semplice, l’ho anche vista all’interno. Purtroppo la sera Debrecen è molto noiosa, soprattutto il sabato. Posso fare un paragone con Palermo che è la città dove solitamente vado per divertirmi il sabato sera ed è molto più attiva rispetto a Debrecen.

Che cosa hai visto a Debrecen in generale? Cosa ti ha colpito?
La mia prima uscita è stata al Forum, quindi principalmente negozi… poi il museo Déri, la Grande Chiesa, l’Università che è molto bella, lo stadio. Naturalmente sono stata a Budapest.

Hai visitato dei locali?
Pub più che altro, ma non ne ricordo i nomi. Carini, però non molto popolati. Poi non c’è musica fuori…

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L’anno scorso c’era molta più musica in effetti, non so cosa sia successo quest’anno…
Sabato abbiamo incontrato solo dei gypsy anche se sono visti in malo modo… a me piacciono però!

Com’è il tuo rapporto con la lingua?
Terribile per me, è una lingua che non capisco. Ho imparato qualche parola basilare, cose molto semplici. Non riesco a capire nulla quando parlano gli ungheresi, posso afferrare qualcosa solo quando gesticolano.

Com’è stata la permanenza?
Eccellente, con la mia famiglia ospitante è andato tutto bene perché tutti sono molto gentili e disponibili. La mamma di Vanda non parla inglese ma cerca di farsi capire in tutti i modi ed è sempre molto premurosa. Il padre invece parla inglese ed è un simpaticone. Anche i fratelli sono molto disponibili, per esempio con il fratello di Vanda sono stata a Budapest perché lei non poteva accompagnarmi per impegni sportivi.

Come ti aspettavi gli ungheresi prima di questa esperienza?
Mi avevano detto che erano irascibili e che tendevano ad arrabbiarsi facilmente. Io non ho mai pregiudizi, ma con quello che mi era stato detto confesso che ero un po’ preoccupata. Poi quando sono arrivata mi sono trovato in una situazione molto diversa e anzi sono stati tutti molto gentili con me.

Il tuo rapporto col cibo?
Solitamente è un argomento tabù, ma devo ammettere che qui è ottimo. Pensa che in Sicilia non mangio mai molta carne perché preferisco il pesce anche perché abito vicino al mare e dunque facilmente reperibile. Qui invece ho mangiato tanti tipi di carne… adesso non so se è la mia mamma ospitante ad essere particolarmente brava in cucina oppure è la cucina ungherese ad avere piatti particolarmente buoni.

Non hai avuto problemi?
No, assolutamente.

Davvero non hai avuto problemi con nulla? Tutto buonissimo?
Ora che ci penso quello che non mi è piaciuto era una zuppa fredda con le prugne…

Ah, la zuppa di frutta!
Sì, esatto. Quella non sono riuscita a mangiarla. Mi son scusata, ma è molto lontana dai miei gusti.

Invece le altre zuppe?
Mi sono piaciute tutte anche quelle con le verdure che mangio anche a casa mia.

Avrai conosciuto anche gli amici della tua amica. Sapresti dirmi, secondo te, qual è la differenza tra la socialità ungherese e quella siciliana?
Non ho riscontrato tutte queste differenze. Noi siciliani siamo noti per la nostra socievolezza e basta un primo incontro per stabilire un rapporto molto cordiale e all’insegna della simpatia. Con gli ungheresi che ho conosciuto non è stato molto diverso, ma una differenza che ho notato è la loro mancanza di curiosità. Al contrario, noi siciliani, siamo molto curiosi! Quella siciliana è però un tipo di curiosità affettiva, mentre gli ungheresi non sono così.

Magari sono più discreti…
Non so, sarà per discrezione o mancanza di interesse, ma li trovo meno curiosi di noi siciliani.

Magari possono esserci entrambe le cose, non si escludono tra loro…
Eh infatti [ride]!

Sei stata nelle zone limitrofe?
Sì, un posto bellissimo che non riesco a pronunciare, Hortobágy. C’erano delle case stupende, tutte caratteristiche, tipiche della zona, immerse nella natura. Io amo la natura! Sono posti piccoli ma molto molto carini.

Se un tuo amico dovesse venire a Debrecen che cosa gli diresti?
Divertiti, goditi il momento e assapora l’attimo. Sarà una bellissima esperienza!

Federico Preziosi